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Riccardo Perissich (docente Politica Economica Luiss): «Ecco perché l’Europa è esposta alla corruzione»

La corruzione è anche nei palazzi del potere europeo. A rendere vulnerabile queste istituzioni, secondo l’economista Riccardo Perissich, è proprio la loro natura democratica. «Sul “Qatargate” che ora diventa anche” Moroccogate” è stato scritto di tutto con un’inflazione di iperboli che nemmeno i falchi della Bundesbank di un tempo riuscirebbero a domare. Non c’è stato nessun “attacco al cuore dell’Europa” e tanto meno al “cuore della democrazia europea”».

«Abbiamo invece più modestamente scoperto che un gruppo di presunti ladri di galline (purtroppo italiani) si sarebbero fatti pagare da due governi esteri somme di denaro spropositate rispetto ai modesti servizi forniti. Nulla di assimilabile ai grandi episodi di corruzione o spionaggio internazionali che hanno stimolato penne geniali come quella di John Le Carré. Panzeri non sarà ricordato come Kim Philby, ma nemmeno più modestamente come Mario Chiesa», scrive sul magazine online InPiù.net.

«Detto questo, la faccenda è però importante. Tutte le istituzioni, nazionali, internazionali e locali possono essere oggetto di tentativi di infiltrazione, corruzione o spionaggio da parte dei soggetti più disparati. Esse devono quindi prendere le misure necessarie per difendersi. Nelle democrazie, il cui funzionamento è per definizione più aperto, proteggersi è obiettivamente più difficile. In generale, si tratta di stabilire regole per disciplinare l’accesso dei terzi ai membri delle istituzioni (politici e funzionari), nonché il comportamento di questi ultimi. Queste regole già esistono un po’ dovunque, compreso nelle istituzioni europee».

«Il problema come sempre (ma in questo caso è più complesso) è la loro applicazione. Dallo scandalo attuale emerge che se l’applicazione lascia a desiderare dappertutto, essa è particolarmente carente nel Parlamento Europeo. Il quale inoltre, stranamente, non aveva pensato a includere nella cerchia dei controlli esponenti di paesi terzi. È prevedibile che queste lacune saranno colmate rapidamente. Una delle debolezze che riguarda le istituzioni europee più di quelle nazionali, è che esse non dispongono di una propria polizia o servizi segreti; non c’è un FBI europeo».

«Lo scandalo sarà quindi spesso scoperto da altri, aggravando così il danno alla reputazione. C’è però un secondo aspetto non privo d’importanza. Finora, il dibattito intorno ai pericoli di infiltrazione e di manipolazione delle istituzioni europee si sono concentrati sull’attività delle lobbies economiche. Ciò riflette la convinzione un po’ populista che il principale pericolo per la democrazia viene dalla contaminazione con interessi privati».

«Tuttavia, i perfidi del Qatargate non sono oscuri interessi economici, ma ONG che sulla carta hanno la missione di perseguire i più nobili ideali; in questo caso, la promozione dei diritti umani. Scopriamo addirittura che la natura giuridica di alcune ONG si presta particolarmente bene al riciclaggio di fondi neri. Lo scandalo mette così fine a una sorta di “presunzione d’innocenza” delle ONG e impone la necessità di estendere ad esse controlli altrettanto rigorosi».

«Resta un aspetto particolare a questa vicenda che non coinvolge solo delle ONG, ma anche personalità della sinistra, che finge di scoprire con indignazione la presenza di mele marce nel seno della propria parte politica, che per definizione incarna la moralità. Idea altrettanto stupida di quella che pretende che “a destra non hanno bisogno di rubare perché sono già ricchi”. L’episodio ricorda la celebre battuta di Giscard a Mitterand durante la campagna elettorale del 1974: “Lei non ha il monopolio del cuore”. Battuta che peraltro contribuì a fargli vincere le elezioni. Ci sono monopoli che spesso si rivoltano contro chi li rivendica». 

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