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Riccardo Perissich (docente Politica Economica Luiss): «Ecco cosa può fare l’Europa sui migranti»

«Tutti sappiamo che abbiamo bisogno di immigrati, tutti siamo coscienti degli obblighi umanitari, ma conveniamo anche che non esiste un astratto “diritto all’immigrazione”». A parlarne è Riccardo Perissich, docente Politica Economica Luiss, in merito ai rapporti tra Francia a Italia.

«La crisi nei rapporti franco-italiani deve rammentarci una cosa palesemente trascurata da Meloni e Macron. La politica estera di un paese è sempre condizionata dalla sua politica interna. Errore tanto più grave se si pensa che fra le questioni al centro della politica interna dei nostri paesi, l’immigrazione è quella più dominata dalle emozioni. Il paradosso è che abbiamo tutti fondamentalmente gli stessi problemi e gli stessi interessi».

«Però tutti sappiamo anche quanto sia difficile e costosa l’integrazione di persone con esperienze e valori diversi dai nostri, per esempio per il ruolo della religione o la condizione femminile. L’esperienza ci dice che si può fare, ma non in breve tempo. In democrazia però ogni politica ha bisogno di consensi: l’integrazione potrà dunque aver luogo solo se i nostri cittadini avranno la ragionevole certezza che i flussi sono gestibili e sotto controllo. A questo si aggiunge che nessuna frontiera, in particolare quelle marittime, è impermeabile; un certo flusso d’immigrati irregolari è inevitabile. Tutti sappiamo, ma spesso l’evidenza è negata per demagogia, quanto sia difficile gestire arrivi e domande d’asilo e quanto sia ancora più complesso rimandare al paese d’origine chi non ha diritto all’asilo o alla protezione», scrive sul magazine online InPiù.net.

«Come spesso succede, quando i paesi europei sono paralizzati da qualcosa, tendono a scaricare la responsabilità sui loro vicini e soprattutto su Bruxelles. Da più di un decennio, l’UE si affanna senza successo a trovare un consenso su due progetti fra loro connessi: la riforma del Regolamento di Dublino, che affida la gestione dei migranti richiedenti asilo al paese di primo ingresso, e la loro ricollocazione. L’errore è stato di porre la questione sotto il segno della solidarietà e quindi di bollare le difficoltà come manifestazioni di egoismo. I dati disponibili dimostrano invece che tutti i paesi sono sottoposti a una simile pressione migratoria e che quindi (con l’eccezione di Grecia, Cipro e Malta), non esiste in condizioni normali un “diritto alla solidarietà”».

«Ciò è vero, contrariamente alla vulgata nazionale, anche per l’Italia; il pur obiettivamente difficile corridoio del Mediterraneo centrale non è affatto la principale rotta d’ingresso in Europa. Riformare Dublino sarebbe utile perché, in un sistema di frontiere interne aperte come nell’Ue di fatto non funziona. Sarebbe poi utile avere sistemi di solidarietà nella ricollocazione in situazioni d’emergenza come nel 2015/16. Vanno del resto in questa direzione le proposte della Commissione che a suo tempo Salvini si ingegnò a far fallire».

«Sul problema delle navi ONG, all’origine dell’attuale crisi con la Francia, con tesi giuridiche molto dubbie l’Italia è riuscita a mettersi inutilmente dalla parte del torto. La questione è marginale, ma va affrontata. Marginale perché le ONG trasportano una quota molto ridotta di rifugiati. Tuttavia, anche se comportamenti illegali e collusione con gli scafisti di cui alcune ONG sono state accusate sono difficili da provare, una chiara regolazione del loro comportamento, preferibilmente a livello europeo, sarebbe indispensabile. Dove invece l’Europa potrebbe avere un ruolo decisivo è nel trattare con i paesi d’origine aiuti importanti, in cambio di canali di immigrazione legali e di efficaci accordi di rimpatrio».

«C’è anche l’emergenza della Libia, paese ormai fuori controllo in mano a potenze straniere a volte ostili, e con cui è al momento impossibile trattare seriamente come si è fatto con la Turchia per la rotta orientale o con il Marocco per quella occidentale. Tutto ciò è urgente perché la demografia ci dice che la pressione migratoria dall’Africa è destinata ad aumentare. Francia e Italia hanno quindi molto lavoro da fare insieme. Anche in nome di quella “politica africana dell’UE” che entrambi auspicano, ma che senza il loro accordo difficilmente vedrà la luce».

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