Per anni abbiamo dibattuto se il vincolo europeo del disavanzo al 3% del PIL fosse opportuno.
Se esso effettivamente rappresentasse un freno alle opportunità di crescita dell’economia italiana.
Ebbene, le evoluzioni più recenti ci danno una risposta ed è che il disavanzo è solo una soluzione temporanea (COVID), ma che le prospettive di lungo periodo non cambiano.
Nonostante un disavanzo crescente (abbiamo superato il 5%), l’economia italiana continua infatti a stagnare.
È vero che la stabilità (tra poco la decrescita) della nostra popolazione non consente né richiede una crescita elevata, tuttavia tassi di crescita dell’ordine dell’1%, peraltro ben all’interno dell’errore statistico, sono significativamente al di sotto di qualsiasi ipotesi sulla crescita accettabile della produttività totale.
È trent’anni che l’economia italiana arranca.
Solo nei primi anni duemila si era capito (Bersani), e sia pure con provvedimenti qua e là (si chiamavano “lenzuolate”), che la maggiore concorrenza e le opportunità che essa consentiva erano la soluzione di lungo periodo.
Poi siamo ritornati quello che eravamo, solo interessati a proteggere, a redistribuire (il niente), a tutelare tutti, eccetto i nuovi entranti.
Una giustizia lenta frena le opportunità d’investimento, un’Amministrazione timorosa blocca le iniziative imprenditoriali, ma anche incentiva l’inefficienza dell’azione amministrativa creando scontenti diffusi, una regolazione farraginosa crea tante incertezze.
Ma quando ci accorgeremo che sono questi i problemi del Paese?
E quando cominceremo finalmente ad occuparcene?
La scusa dei Governi brevi non è più sostenibile! Basta un po’ di coraggio.
Una maggiore concorrenza aiuta tutti, anche coloro, per esempio i tassisti, che oggi protestano.








