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Per il debito pubblico parte il taglio made in UE | L’analisi

La sveglia sul debito pubblico è suonata nel momento in cui ci si è accorti che 14 o 15 miliardi di interessi in più nel solo 2024 sono soldi in meno per interventi a favore dei cittadini.

Entrando in un circolo vizioso, la mancanza di risorse ha reso necessario ricorrere a più deficit, la cui conseguenza nell’arco degli anni saranno ulteriori miliardi di interessi da pagare.

Il debito “è il punto debole” dell’Italia, ha ammesso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, un tallone d’Achille che può mette in difficoltà il Paese e soprattutto toglie soldi a famiglie e imprese.

Non è una novità, scrive MF-Milano Finanza, ma forse mai come in occasione dell’ultima Giornata del risparmio l’intero sistema Paese ha dimostrato una consapevolezza talmente diffusa, tanto da spingere il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, a ipotizzare di porre un tetto al debito pubblico, “che non può crescere in cifra assoluta all’infinito”.

Senza correzioni, già dal 2026 il debito tornerà a crescere.

A segnalarlo è stato l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che valuta l’aderenza della politica economica alle regole europee, in audizione sulle proposte di riforma del Patto di Stabilità e Crescita.

Nello scenario base, nel quale il pil potenziale si muove in linea con la crescita osservata tra il 2014 e il 2019, il rapporto debito-pil supererà quota 171% nel 2041, ossia 31,5 punti percentuali in più rispetto ai livelli del prossimo anno.

Se invece dovesse realizzarsi un secondo scenario, più sfavorevole, tra 18 anni il debito potrebbe schizzare al 181% del pil.

Tale quadro presuppone che non ci saranno aggiustamenti e una progressiva crescita delle spese legate all’invecchiamento della popolazione.

Correttivi però ci staranno.

La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza già fa intendere una manovrina nel 2026.

Il vero Taglia-debito arriverà però dall’Europa.

La proposta di riforma della governance economica introduce l’istituto dei Piani strutturali di bilancio di medio periodo.

Per i Paesi con debito sopra il 60% del pil e deficit sopra il 3% (come l’Italia in entrambi i casi) dovranno contenere un programma di aggiustamento dei conti pubblici da attuare in quattro o sette anni.

Questo, nota l’Upb, collocherebbe il rapporto debito-pil “su un sentiero continuamente discendente”.

L’intervento in quattro anni permetterebbe un calo più accentuato “principalmente per effetto della più rapida diminuzione della spesa per interessi in rapporto al pil”.

Nello scenario base l’aggiustamento in quattro anni potrebbe permettere di raggiungere nel 2041 quota 113,5%, mentre in sette anni ci si assesterà al 116%.

In caso di scenario sfavorevole le due percentuali sarebbero invece al 115,2% e al 120%.

C’è poi l’elaborazione con le regole vigenti sul saldo strutturale: la crescita del saldo primario in rapporto al pil proseguirà fino al 2040 e il debito nel 2041 potrebbe raggiungere il 107% o il 101%, nello scenario sfavorevole o base.

Temi che potrebbero essere al centro del prossimo Eurogruppo e dell’Ecofin, in agenda mercoledì 8 e giovedì 9 novembre a Bruxelles.

La presidente spagnola del Consiglio Ue punta a presentare una proposta di mediazione.

Il punto di partenza potrebbe essere lo scomputo delle spese sostenute con fondi Ue e per la difesa dal calcolo del deficit.

Come controparte per i Paesi rigoristi ci saranno target numerici di riduzione del debito.

L’obiettivo è arrivare all’accordo entro fine anno.

In caso contrario dal primo gennaio torneranno in vigore le vecchie regole.

Ipotesi che Mario Draghi ha già detto sarebbe una sconfitta.

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