Il voto a distanza per l’elezione del presidente della Repubblica non pone problemi di ordine costituzionale. Lo sostiene Andrea Patroni Griffi, docente di diritto pubblico e costituzionale alla seconda Università di Napoli, la Luigi Vanvitelli. «Non ci sono problemi costituzionali per l’elezione a distanza del capo dello Stato. Piuttosto i dubbi che non venga rispettata la segretezza dell’urna li riverserei su altro. Come i pacchetti di voti riconoscibili».
Scuote la testa quando sente i costituzionalisti dividersi sul voto «in dad» dei grandi Elettori. Tema che infiamma la discussione, in giorni di ricerca di quei 505 sì che alla quarta votazione danno l’accesso al Quirinale. Patroni Griffi è chiaro: «Dal punto di vista tecnico si può tenere una qualsiasi delle due posizioni: prevedere o vietare il voto a distanza. Perché mancano nella Costituzione e nei regolamenti parlamentari indicazioni a riguardo».
Ma come? E chi dice che serve una norma sbaglia?
«Nel silenzio della Costituzione l’interpretazione è libera. Soprattutto se parliamo di votazione con strumenti telematici», specifica in un’intervista sul Corriere della Sera. Questo è il nodo. Nella capigruppo in cui il centrodestra ha chiesto la possibilità di far votare i parlamentari in quarantena non è stato proposto il voto telematico, ma fisico, tramite le prefetture. Opzione che necessiterebbe una deroga ad hoc per i parlamentari alla norma sul super green pass. Ma, spiega, «se il voto fosse per via telematica il problema non si porrebbe».
Qualcuno però solleva il dubbio che si violi la segretezza del voto. «Credo che ci siano piattaforme che la garantiscono, come quelle usate per il voto a distanza del Parlamento europeo. Temo piuttosto che non ci sia il tempo. Peccato. Sarebbe stata l’occasione giusta per disciplinare questa materia», spiega Patroni Griffi.
Alle obiezioni sulla segretezza sorride. Perché?
«Si pone questo tema del voto segreto a distanza quando in presenza spesso non lo è», obietta. E poi fa notare: «Ci ricordiamo quelle schede compilate con modalità diverse: ad esempio Franco Marini, Marini Franco, F punto Marini? Quello è un modo per rendere riconoscibili i pacchetti di voti e far emergere una maggioranza dalla quarta votazione in poi». E scandisce: «Non dovrebbe essere permesso perché quello sì calpesta la Costituzione. Un voto è libero in quanto è segreto». Secondo Patroni Griffi sarebbe facile far finire questa brutta abitudine. Basterebbe un ufficio di presidenza che ponga la regola di scrivere solo nome e cognome, magari in stampatello, pena l’annullamento del voto. Ma, dice, «serve la volontà politica».
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