“Quando non facciamo tendenza vuol dire che non siamo abbastanza incisivi.
Tutto lì, inutile stare a parlare del mercato”.
Parola di Patrizio Bertelli, presidente di Prada, in un’intervista esclusiva pubblicata su MF35, lo speciale che celebra i 35 anni del quotidiano in edicola oggi.
Il gruppo ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato di 4,7 miliardi segnando dodici trimestri consecutivi di crescita.
Merito di “un’esecuzione rigorosa e costante”.
Grazie alla forte desiderabilità del marchio ammiraglio e della griffe Miu Miu, in un anno i ricavi netti sono passati da 4,2 a 4,72 miliardi di euro (+13%), con le vendite retail pari a 4,2 miliardi.
Il canale diretto è il vero credo di Bertelli, che iniziò ad aprire store di proprietà già negli anni ‘80, quando il resto del mercato pensava ancora a partner distributivi.
“I francesi non avevano l’industria e avevano i marchi.
Noi avevamo l’industria e ci accontentavamo di avere l’industria.
Questo è il vero problema”.
“Il problema”, spiega Bertelli, “è stato che gli imprenditori italiani, tra gli anni ‘80 e ‘90, non erano convinti che avrebbero dovuto avere una rete commerciale diretta.
Questo ha portato alla fine di tantissime aziende.
C’era Monti, c’era Basile… che, come diversi altri marchi, erano venduti tramite agenzie di rappresentanza.
Solamente Armani aprì in via Durini.
Negli anni 80 c’era l’idea che la rete distributiva diretta dovesse essere appannaggio di marchi come Benetton, Calvin Klein, Zara ecc.
Tanti marchi di allora sono spariti… come Erreuno, che faceva concorrenza ad Armani, con prezzi più accessibili.
Tutto il lavoro dal 2005 finora, quindi per 20 anni, è stato per i marchi italiani un tempo per recuperare un criterio mentale che non ci apparteneva.
O apparteneva a pochi.
In primis le banche non capivano perché fosse importante investire per fare retail con negozi diretti.
Per gli industriali era un investimento visto a perdere, perché i negozi erano considerati portatori di immagine, ma non funzionali per vendere e portare utili”.
“Solo dopo il 2005-2006, quando si è capito che la Cina sarebbe diventato il mercato numero uno con gli Usa, tutti si sono mossi per sviluppare reti commerciali globali, ma già in ritardo rispetto a quelle che potevano essere le posizioni acquisite da altri, dai francesi ad esempio”, aggiunge Bertelli.
Prada ha cambiato le regole, ha “cominciato con il primo negozio a New York nel 1983.
A partire dagli anni ‘80 abbiamo aperto Parigi, Madrid, Londra, New York.
Però avevamo tutto il sistema contro, anche i giornali”, e “dagli anni 2000 ci veniva chiesto anche il perché di alcuni investimenti in acquisizioni di marchi.
Quando abbiamo acquisito Jil Sander o Hemut Lang, il mercato non era pronto per le acquisizioni e sono state viste negativamente” La quotazione “si doveva fare nel 2001, una settimana dopo l’11 settembre.
Quello che è successo ci ha rallentato.
Probabilmente se l’avessimo fatta allora, oggi saremmo arrivati a un fatturato più significativo”, ricorda Bertelli.
Sul tema del dual listing, “ne parlano tutti ma non è al momento una priorità”.
Prada “ha sempre fatto tendenza.
Quando non facciamo tendenza, vuol dire che non siamo abbastanza incisivi.
Tutto lì.
Inutile stare a parlare del mercato, che è in continua evoluzione.
Se sei di tendenza vuol dire che sei stato più incisivo: il mercato si ferma e riparte, non torna mai indietro.
La legge del mercato è sempre questa: stop and go.
Abbiamo perso un po’ di anni, forse per stanchezza, ma ora abbiamo ritrovato slancio.
Certe volte si può essere riflessivi ma oggi in azienda lo spirito è quello di voler essere in pole position”, dice Bertelli.
Interpellato su un ricordo in particolare di MF, cita “la volta in cui Paolo Panerai mi premiò per l’acquisizione di una quota di Gucci che rivendetti a Lvmh… Mi pare fosse il 1999 (Patrizio Bertelli la definì con il consueto humour una ‘simpatica plusvalenza’, ndr)”.
Infine, sull’impegno di famiglia nell’azienda, “trasmettere alle generazioni successive è importante.
Speriamo ci siano anche dei nipoti”, rimarca Bertelli.
Prada “è sicuramente un marchio che rimarrà nella storia e nel tempo, si può parlare di qui a 20 anni, a 30 anni.
Certamente un marchio che ormai rimane presente nel mercato.
Sotto che forma, sotto che aspetto lo vedranno i nostri figli.
E magari i nipoti”.








