Papa Francesco raccoglie la sfida della pandemia e spera in una società aperta alla giustizia per i poveri

Sta capitando a papa Francesco quello che il Vangelo di Giovanni, in uno dei brani più profondi afferma sia accaduto a Cristo:”Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”. In verità, dal concilio Vaticano II in poi è un destino riservato a ognuno dei papi che il concilio ha voluto, concluso o cercato di applicarlo. La pandemia è l’ultimo caso che lo testimonia.

Si dice che il mondo laico, non cattolico sia entusiasta di Francesco. Forse è vero, ma potrebbe essere un entusiasmo epidermico. Per chi non lo avesse ancora capito, la pandemia lo ha rivelato per quello che è: Francesco spinge per il cambiamento, superando i vecchi schemi sociali e religiosi. Non vuole guadagnare dal sistema socioeconomico vigente e non vive la fede come un’assicurazione sulla vita. Giunto all’apice, è apparso subito scorretto nel salotto del potere: si è messo a leggere la storia attuale del mondo dal punto di vista dei poveri, delle periferie esistenziali.

E questo i poteri del sistema economico non lo accettano. Non dimenticano che il papa ha definito il sistema del denaro un sistema che uccide. Ma Francesco ha osato tanto perché è un uomo pio e libero; come gli chiede il Vangelo si muove dal punto di vista dei poveri e degli esclusi. E, in aggiunta, ha lanciato un grido potente per cambiare paradigma ecologico se non si vuole distruggere il pianeta saturo ormai di prodotti inquinanti.

Insomma al di là dell’ammirazione formale, il papa gesuita tacciato di essere il papa degli esclusi, al sistema dei poteri dominanti appare un vero rompiscatole reclamando a ogni piè sospinto la dignità e  i diritti negati ai poveri. Sono in tanti a sperare che dopo papa Francesco i poveri, cessata la sbornia pauperista della Chiesa cattolica,  tornino a fare i poveri, scarti di umanità.

Se Francesco è una spina nel fianco delle visioni politiche egoiste, discriminatorie, sovraniste, non è meno scomodo per i cristiani in particolare ma per ogni forma di umanesimo parolaio. A tutti ricorda la dignità intangibile di ogni persona umana e rivolge un appello alla fraternità mondiale senza discriminazioni di sorta. Se non si dedicano a questo servizio alla persona e alle opere di misericordia le persone di qualsiasi religione – ammonisce Bergoglio – diventano degli ipocriti e offendono Dio anziché servirlo.

La denuncia di Francesco è pari alla forza della sua predicazione della misericordia di Dio. Per spezzare i dominio dell’egoismo individuale e sociale, Francesco propone un Dio paterno e misericordioso. Ma ciò, nella lunga storia di violenze e soprusi,  rappresenta un terremoto culturale che richiede un assestamento completamente nuovo dei rapporti sociali, politici, economici e religiosi. Una cultura delle competenza e della responsabilità che non può fare a meno della solidarietà.

Per questo Francesco viene ammirato e combattuto allo stesso tempo: spinge per un nuovo ordine mondiale di giustizia e di pace e sposa la causa dei poveri e dei Movimenti popolari per renderlo possibile, senza illudersi che le riforme fatte soltanto da benestanti cambino davvero il corso della storia nel segno della giustizia e della fraternità. I poveri restano intelligenti, capaci di concorrere al proprio destino. Neppure nel pieno della pandemia Francesco si è allontanato dalle classi popolari e ha dimenticato la triste condizione dei poveri, dei disoccupati, dei migranti, degli esclusi.

Sotto gli occhi di tutti sta la frammentazione dell’Europa che rende difficile una risposta comune alla crisi economica e sanitaria che mette in forse l’unione del vecchio continente. All’Europa Francesco, nell’ultima Pasqua aveva lanciato più che a tutti gli altri continenti, un appello a ritrovare uno spirito unitario simile al secondo dopoguerra mondiale.

Parole che hanno riscosso calorosi consensi formali, ma nei fatti rimaste allo stadio di puro desiderio. Ogni Paese europeo gioca per sé. Cambiare appare una sfida tuttora insuperabile.

C’è un altro fronte prioritario, il degrado ambientale. Fermarlo associa la conclamata disponibilità di tutti i governi. Rituale, poiché nei fatti permane la dura legge della vecchia economia energetica. L’appello urgente di Francesco e delle nuove generazioni sulla cura della casa comune resta inefficace.

In Italia sembra difficile perfino l’unità di intenti spirituali e pastorali. I contrasti tra le diverse sensibilità in conflitto di interessi e di visioni si rivelano addirittura macroscopici riguardo al che fare nell’epidemia e nella fase di lento ritorno alla normalità. Evidente la dissonanza tra Francesco e una parte dei vescovi cristallizzata nell’ormai famosa “Nota” che rivendicava libertà di culto della Chiesa in realtà mai minacciata dal governo italiano.

La storia dei papi degli ultimi sessantanni trascorsi dal concilio Vaticano II è una storia di solitudine ovattata da consensi verbali, spesso ipocriti e calcolati. Dalle palme festose dell’elezione a una solitudine crescente in misura della loro fedeltà conciliare.

La fase dopo Covid-19 per la Chiesa di Francesco potrà essere la cartina di tornasole di quanta voglia ci sia tra i cristiani cattolici a resistere o ad accogliere l’innovazione chiesta dal concilio Vaticano II e riassunta nelle prime tre righe della costituzione Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Tra le tante icone possibili di Chiesa, Paolo VI aveva chiarito che “l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del concilio”. Una “simpatia immensa” verso i bisogni umani, unita alla richiesta  “agli umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme” di dare merito alla Chiesa almeno in questo per riconoscere così “il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.

C’è stata battaglia nei decenni seguiti al concilio tra i favorevoli nella Chiesa a operare nello spirito del samaritano e coloro che, spaventati, hanno temuto di perdere non la loro fede, ma le sue forme espresse nel linguaggio della tradizione culturale occidentale confusa con il Vangelo. Francesco si richiama alla Chiesa fraterna e comunitaria degli Atti degli Apostoli dove la fede in Gesù risorto accomunava apostoli e discepoli.

 “Il Signore – ha rilevato Francesco in una messa dopo la vicenda della Nota – ci salva dalle tenebre che noi abbiamo dentro, dalle tenebre della vita quotidiana, della vita sociale, della vita politica, della vita nazionale, internazionale… Tante tenebre ci sono, dentro. E il Signore ci salva. Ma ci chiede di vederle, prima; avere il coraggio di vedere le nostre tenebre perché la luce del Signore entri e ci salvi”.

Ripartire senza nostalgie del passato.

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