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Papa Francesco e la nuova Europa. La società civile chiede di rendere effettiva la partecipazione a disegnare il dopo pandemia e l’utilizzo dei fondi UE

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C’è un gran parlare di futuro in Italia e in Europa.

Come nel resto del mondo.

E’ come quando si intravede la fine di una guerra e i contendenti iniziano a parlare del nuovo assetto da vincitori.

Ma contro il virus non è ancor chiaro chi sono vincitori e chi i vinti e se la partita si può giocare ancora con tale schema.

Tanto più che molte voci di buon senso si sbracciano a ripetere che dalla pandemia si può uscire restando alla maniera vecchia e chi mette in guardia dalle vecchie abitudini, specialmente in politica.

E’ lì, infatti, che c’è il volano che muove tutto.

Ma la politica non sta meglio dell’economia.

Pare aver smarrito “la diritta via” del bene comune, sfarinandosi negli interessi di lobby, di cordate, di affari senza più la forza degli ideali.

L’Anno di Dante che sta per iniziare potrà diventare occasione per tornare a una politica alta, meno litigiosa e spartitoria; più efficace e ideale per ripartire con grandi speranze umanistiche senza le quali ogni motore si inceppa.

Curioso, ma vero. Papa Francesco sta portando avanti una immensa opera pedagogica per ricreare nella gente, a cominciare dai cristiani, una nuova coscienza umanistica. “Uomini siate e non pecore matte”.

Resta attuale l’ammonimento di Dante. Ricordando san Giuseppe un santo ancora molto comune, Francesco nella preghiera conclusiva di una lettera che ricorda l’opera del custode di Gesù svolta “con cuore di padre” si rivolge al santo con un riconoscimento inusuale: “Con te Cristo diventò un uomo”.

Straordinario pensiero: nato da una donna del popolo, Cristo fu educato nella sua umanità da un operaio artigiano. Imparò a contare sul rispetto e l’operosità, non potendo contare sul potere e il denaro.

Contare sull’uomo. Perché?

Perché è l’uomo la perfezione della natura di cui è parte e pertanto  ogni persona vale per se stessa. 

“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti… e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Parole quanto mai attuali riportate nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Una fraternità che si riscontra nel Vangelo e che Francesco ha riportato in primo piano nella recente enciclica “Fratelli tutti”.

Proprio in questa lettera si ribadisce che il rispetto dei diritti fondamentali “è condizione preliminare per lo stesso sviluppo sociale ed economico di un Paese”.

Tutti dobbiamo dunque “essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite”, protagonisti di quello “spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni”.

Il problema non risolto è quello di rendere effettivi i diritti proclamati.

E’ lo snodo che distingue la buona dalla cattiva politica.

Ci sono molte realtà della società civile che pungolano la politica in questa direzione e chiedono correzioni sia alla politica  e sia all’economia. Queste realtà costituiscono quella fascia definita del Terzo Settore dove coesistono iniziative che si battono sia da un versante di ispirazione religiosa sia laica per una lettura umanistica della storia quotidiana della gente.

Le loro voci andrebbero ascoltate maggiormente dalla politica che può essere rigenerata dagli ideali dell’umanesimo dimenticato.

Anche in queste settimane di fine anno, mentre si incattivisce la polemica politica viene da questo mondo della società civile l’invito a non guardare l’oro per accaparrarselo, ma per vedere come impiegarlo per rendere migliore la vita di tutti.

E’ così che nasce in occasione della Giornata Internazionale dei diritti umani il Dossier Caritas “Apriamo gli spazi. Rianimiamo processi di costruzione partecipata delle politiche pubbliche”.

Una riflessione centrata sull’azione delle organizzazioni “civiche” che sembra essere sempre meno libera e sempre meno efficace, anche in tema di advocacy, intesa come azione collettiva volta a riconoscere, tutelare e rendere effettivi i diritti delle persone e delle comunità.

E’ un modo per non lasciare lettera morta l’invito di Francesco sulla fraternità.

La pandemia lascerà infatti non solo effetti di impoverimento, ma anche un arretramento dei diritti fondamentali.

Non bastano  – ricorda Caritas – gli interventi riparatori e assistenziali, sarà necessario promuovere una cultura dei diritti, delle responsabilità e del bene comune, che implica anche la volontà e la capacità di agire in prima persona e come collettività per l’attuazione dei principi costituzionali e universali di solidarietà, giustizia e uguaglianza.

Lo stesso presidente Mattarella ha evidenziato come il volontariato “è un importante volano di solidarietà ed è stato artefice, lavorando in sinergia con i territori, di un profondo cambiamento sociale che ha migliorato la qualità della vita della collettività”.

La società civile e le organizzazioni che la rappresentano “danno e possono continuare a dare un contributo importante, ma  – osserva Caritas – devono essere sostenute, ascoltate e coinvolte sempre di più nei processi di cambiamento. Invece, in Italia e nel resto del mondo, il loro spazio di azione si riduce e viene troppo spesso ostacolato”.

“La  Chiesa  – aveva chiarito già Benedetto XVI nel documento programmatico del suo pontificato – non può  e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile.

Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia”.

Iniziando a migliorare se stessa. Questo è il senso della Riforma di Francesco. La sua voce non si leva per garantire i beni della Chiesa, ma il bene dell’umanità, cominciando dai più poveri, esclusi e disperati. Quelli senza diritti o con diritti non riconosciuti.

Secondo il rapporto di CIVICUS il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in Paesi dove è diffusa la repressione, rispetto al 19% nel 2018.

Anche nell’Unione Europea – che pure rimane la regione del mondo con il maggior numero di Paesi con spazio civico aperto – alcuni governi stanno limitando le libertà e in molti casi nell’ultimo anno si è fatto ricorso a un uso eccessivo della forza per allontanare manifestanti pacifici.

Lo conferma anche una ricerca Caritas realizzata nei Balcani attraverso il progetto Societies, da cui emerge con chiarezza questa difficoltà. Il 40 % delle 266 associazioni intervistate, per lo più escluse da qualsiasi supporto governativo, ha chiesto a Caritas di sostenerle, soprattutto nelle attività di advocacy verso i rispettivi governi.

Vorrebbero avere più spazio e una voce riconosciuta visto che sono in prima fila nell’accompagnamento e nell’ assistenza delle persone più fragili. Invece purtroppo, persistendo la crisi generata dalla pandemia, ben l’86% di loro sarà in grado di restare in attività al massimo altri sei mesi.

In questo scenario diverse sono le sfide nei prossimi mesi per le quali il contributo della società civile sarà fondamentale.

La Conferenza sul futuro dell’Europa, che sarebbe dovuta iniziare già a maggio e che è stata sospesa per via del COVID, è il quadro pensato per coinvolgere i cittadini nel dibattito sul futuro dell’Unione, e quindi anche per discutere le riforme che servono a renderla più efficace, coesa e solidale. Inoltre l’Italia sta preparando il piano di lavoro e la struttura organizzativa per l’impiego dei fondi europei e in particolare del programma Next Generation UE.

Quale partecipazione della società civile è prevista nella definizione della strategia di impiego di questi fondi? Qual è la visione generale che sottende l’impiego di questi fondi?

Quale direzione prenderà il Paese al termine di questa emergenza?

Può essere una grande opportunità per avviare e consolidare un percorso di cambiamento nel segno della sostenibilità.

Percorso di cui un’ulteriore fondamentale tappa sarà la Conferenza Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, prevista per il prossimo 20-21 gennaio, snodo per porre le basi di un cambiamento attento al pianeta, la nostra ‘casa comune’.

Tutti temi che ritorneranno all’attenzione con la presidenza italiana del G20, e con la 26esima Conferenza internazionale delle parti (COP) della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà, a Glasgow a novembre del prossimo anno e di cui l’Italia è il Paese coorganizzatore insieme al Regno Unito.

Sarà cruciale, in una logica di sussidiarietà e solidarietà, attivare il prima possibile uno spazio civico che consenta il confronto su questi temi. Uno spazio riconosciuto, trasparente e permanente per contribuire al benessere futuro della collettività e del Paese, nella consapevolezza della necessità di un cambiamento ‘di sistema’ nella governance dei fenomeni globali, e di un ruolo attivo dell’Italia in questa direzione.

Francesco svela il desiderio di proporre uno stile, proprio della straordinaria figura di san Giuseppe tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi”.

Tale desiderio è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui si sperimenta in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che “le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo.

Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.

San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza.

A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine.

La crisi del nostro tempo, che – chiosa Francesco – è crisi “economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso”.

E’ tempo di trovare strade “che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!”.

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