[L’analisi esclusiva] Vi spiego il Patto di Assisi. Papa Francesco affida ai giovani economisti la svolta per un nuovo modello di sviluppo

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La pandemia mostrando i limiti del sistema neoliberista potrebbe favorire un nuovo modello di sviluppo integrale

Nel mezzo del dibattito sempre più rovente e spaurito sulla sorte dell’economia falcidiata dalla pandemia, piomba di nuovo impetuoso papa Francesco.

Sembra l’unico ad avere non solo un progetto, ma pure un iter graduale per conseguirlo.

Dopo la conclusione dei lavori, ai partecipanti all’incontro internazionale “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani di tutto il mondo per l’economia di domani” che ha avuto il suo epicentro ad Assisi, si delineano con maggiore chiarezza, contenuti, obiettivi e metodo di questa singolare proposta di economia integrale.

Proprio così, in parallelo con l’ecologia integrale di cui Francesco si è fatto promotore e sostenitore convinto.

Ora ha immesso nel dibattito confuso e a volte litigioso di questi tempi, la proposta sperimentale di una economia integrale. Accettarla costerà parecchia fatica, anzi non vi è alcuna certezza che possa concretarsi uscendo al di fuori del laboratorio di giovani economisti, imprenditori che vi hanno messo mano galvanizzati dalla visione di Francesco. In ballo non c’è una semplice proposta, ma un progetto di cambiamento del paradigma finora vincente perché dominante l’economia mondiale: il canone liberista o neoliberista. Francesco propone di sovvertirlo per mettere al centro l’uomo anziché il capitale.

Ma c’è di più. Il papa pensa non soltanto all’uomo tout court, ma al povero.

E in tanti modi spiega la sua visione che tuttora non si riesce a misurare se si tratta di un sogno, di una ipotesi accademica, di un moto spirituale e volatile.

Osare sfidare i canoni del capitalismo non è di poco conto.

Ci hanno provato in parecchi. Riuscendo – per la sua capacità di adattamento –  talvolta a modificarlo ma non a sostituirlo.

Ora ci prova Francesco, con qualche accortezza di esperienza gesuita che non fa un passo avventato ma accompagnandolo con cura e attenzione multidimensionale: curare l’economia malata – perché tale si è dimostrata alla prova della pandemia – dispiegando pensieri nuovi sulla politica, l’educazione, la spiritualità, l’ecologia.

L’uomo in più che Francesco mette in campo per l’economia di domani è il povero, l’emarginato, lo scartato.

Rappresenta la parte più numerosa dell’umanità e finora si è detto di volerlo considerare, ma nulla si è fatto di rivoluzionario in proposito.

I gesti più progressisti affondano le radici nell’Illuminismo.

Francesco ripete che “non basta la visione delle élites illuminate”.

“Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va”.

“Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti, perché l’impostazione strutturale e decisionale sarà determinata dallo sviluppo umano integrale, così ben elaborato dalla dottrina sociale della Chiesa”.

Il comparire della dottrina sociale può far storcere il naso a coloro che questa dottrina l’hanno presentata come una terza via tra capitalismo e comunismo. 

Ma Francesco legge la cura dell’esclusione alla luce del Vangelo.

Una luce che critica lo stesso operare mondanizzato della Chiesa.

E’ sua convinzione che la dottrina sociale non prenderà piede non se non si allea con qualche ideologia dominante di turno ma solo se i credenti si convertiranno davvero al Vangelo che cambierà le loro abitudini secolari.

Alcuni di questi pensieri elaborati nell’Economia di Francesco sono già comparsi nei suoi discorsi ai Movimenti popolari.

Ora di nuovo ci sono due elementi: si tiene conto dell’esperienza sebbene ancora settoriale dell’economia di comunione; si affida il progetto a una classe di giovani economisti.

Può sembrare azzardato, ma non ci si deve dimenticare che le grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche sono avvenute nell’età giovanile dei promotori.

Si pensi all’informatica  e alla Sylicon Valley.

Pertanto la strategia di Francesco ha portato alla nascita del patto di Assisi nato anche sulla capacità di una sorta di autocritica su un certo modo di pensare e realizzare il terzo settore o il servizio ai poveri.

Serve una nuova cultura fatta di analisi dei fenomeni economici e sociali e di impegno personale nella testimonianza che fa prevalere il bene comune sull’egoismo individuale.

“Non basta neppure – afferma Francesco – puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e,senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare”.

“Infatti, non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli. Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case”.

“E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale”.

Nel videomessaggio in streaming a conclusione dell’incontro Francesco ha riassunto tanti pensieri che non sono un riassunto di una visione, ma l’inizio di una sperimentazione sul campo dei principi appresi sulla necessità di cambiare prospettiva nei confronti del povero.

“La politica e l’economia non devono «sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione”.

Urge “una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista e colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi. Vanno insieme: tu spogli la terra e ci sono tanti poveri esclusi”.

“Essi sono i primi danneggiati… e anche i primi dimenticati. Attenzione però a non lasciarsi convincere che questo sia solo un ricorrente luogo comune. Voi siete molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo”.

“Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi. Tutto ciò mi ha spinto a invitarvi a realizzare questo patto. La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”.

Il videomessaggio di Francesco lascia intravedere molto più di quanto traspare. Potrebbe preludere a un vero e proprio manifesto di una pacifica rivoluzione economica. Si tratterà di seguirne i passi, di studiarne i pensieri specialmente rivolti a rianimare la capacità di fare politica di cambiamento. E’ la sfida di Francesco che parla come un vero leader mondiale.

“Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali – rileva il papa – che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie”.

Perciò, questo incontro virtuale ad Assisi, avverte Francesco, “per me non è un punto di arrivo ma la spinta iniziale di un processo che siamo invitati a vivere come vocazione, come cultura e come patto”.

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