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Paolo Savona, presidente Consob: “Il debito pubblico è un problema, ma la notizia che l’Italia sia a rischio default è molto esagerata” | L’analisi

Caro direttore, desidero ringraziare Milano Finanza, unico tra i quotidiani, per l’attenzione dedicata alla mia “Lezione La Malfa”.

È noto che l’Italia abbia un problema di un elevato debito pubblico, che esso però sia a rischio di default mi sembra, per dirla come Mark Twain, “fortemente esagerata”.

Il problema esiste, ma in altra forma: il pil reale cresce poco e, quindi, il risparmio (che Keynes ci ha insegnato dipende dal pil) si riduce; questo, tuttavia, è tale da poter accogliere il debito pubblico e cederlo anche all’estero.

L’esistenza dello spread dipende dalla mancanza di un prestatore di ultima istanza; dopo la decisione della Bce guidata da Draghi di intervenire a sostegno dei debiti pubblici dell’Eurozona, lo spread pare essersi stabilizzato al di sotto di 200 punti base, ma l’intervento non ha quella certezza necessaria per impedire che gli attacchi speculativi provenienti dall’estero alterino la stabilità economica e politica del Paese.

Le recenti decisioni delle agenzie di rating di confermare un outlook stabile in una situazione di crescita reale prossima alla stagnazione, ma lasciare il debito pubblico a un rating di un gradino superiore ai junk bond, testimoniano un’incompleta valutazione della capacità del Paese di fare fronte agli shock, come indicato dagli andamenti positivi delle ragioni di scambio e delle esportazioni, generando un risparmio capace di assorbire la nuova offerta di titoli e le loro cessioni da parte dell’estero.

Il problema di cui si discute in questi giorni del rinnovo del Patto di stabilità andrebbe ricondotto alla possibilità che il rispetto dei parametri di bilancio decisi a Maastricht (3% di deficit di bilancio e 60% di rapporto debito pubblico/pil) passi dalla soluzione degli eccessi di indebitamento senza mettere in crisi l’Italia, l’Eurosistema e il resto dell’Ue e del mondo; a tal fine esistono tecniche sperimentate in passato senza gravare l’onere sui vicini (il tanto temuto beggar-thy-neighbour che non ha implicazioni solo finanziarie, ma anche reali).

Da quel momento l’applicazione dei parametri deve essere rigida, salvo non si voglia seriamente considerare sul piano negoziale la terapia keynesiana secondo cui ciascun Stato deve utilizzare il risparmio interno in eccesso per evitare equilibri di sotto-occupazione.

Il vero problema all’origine del debito pubblico è che la politica fiscale ha perseguito l’obiettivo di soddisfare le pressioni sociali nell’intento di sollevare famiglie e imprese dai rischi dell’esistenza, senza tenere conto del vincolo delle risorse disponibili; queste sono incrementabili con investimenti che fungano da veicoli di una maggiore produttività e una finanza capace di indirizzare il risparmio in questa direzione; perciò occorrono buone moderne leggi che, piaccia o non piaccia, si devono concentrare sulle condizioni offerte all’estero, qualora non esistesse la possibilità di adattarle ai desideri o bisogni nascenti all’interno.

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