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Antonio Pace, Hitec Vision: “La guerra sui mercati rischia di innescare un vero cigno nero” | Lo scenario

«Si rischia di innescare un vero cigno nero». Lo scenario è preoccupante, spiega a MF-Milano Finanza, Antonio Pace, senior partner del fondo norvegese Hitec Vision specializzato in energia, già ceo del Fondo Italiano d’Investimento e in precedenza alla guida di un fondo di Morgan Stanley che investiva secondo logiche geopolitiche. «Sui mercati l’effetto della guerra comincia ad intravedersi: l’equity è debole, l’Eurostoxx è sceso del 5% in poco più di un mese, il petrolio è ben comprato attorno ai 90 dollari, il decennale americano è salito al 4,95%, solo ad aprile era al 3,20%, spinto da pressioni inflazionistiche mai sopite. Per ora non appaiono rischi sul debito italiano, ma attenzione a quello che faranno le agenzie di rating».

Quale lettura possiamo dare dei mercati?

«I trend sono di un rafforzamento del dollaro, un indebolimento dei listini azionari, una costante crescita dell’energia che renderà probabilmente meno esogene le componenti “straordinarie” che avevano spinto l’headline inflation quest’anno (cioè l’energia stessa ed il food) e che tornerà a spingere verso l’alto anche l’inflazione core, cioè quella depurata appunto dai fattori “straordinari”. La conseguenza sarà recessione, più in Europa che negli Usa. La Germania, ricordiamolo, c’è già. Non abbiamo ancora gli spike di volatilità sui mercati tipici di un periodo di escalation di conflitto, ma se consolideranno le tensioni geopolitiche non mancherà molto per averle».

La volatilità sale per il conflitto Israele-Gaza. Sull’Italia cosa possiamo attenderci?

«Pur non essendo quella del governo italiano una manovra finanziaria di deficit, abbiamo le agenzie di rating che osservano non solo il Paese di per sé, ma anche la sua traiettoria di crescita nel mutato contesto macro e geopolitico. Non tanto S&P, che ci considera ancora “investment grade”, ma Moody’s, che con la sua decisione del 17 novembre potrebbe appunto scatenare la tempesta perfetta sui mercati. Per una ragione prettamente tecnica: un notch di downgrade farebbe perdere all’Italia il livello “investment grade”, non permettendo più a grandi investitori di investire nel Paese. In quel caso lo spread allargherebbe a livelli non lontani dalla crisi dei governativi di dieci anni fa, per fattori tecnici tra un mix di short sul titolo e vendita straight di Btp».

Lo ritiene uno scenario probabile, oltre che possibile?

«Non c’è ancora un rischio percepito. Il Cds sull’Italia gira in n’area, diciamo, “tranquilla” a 170 punti circa. Ma soprattutto quello spagnolo (e francese) muove correlato. Lo swap decennale gira dove girava nei giorni difficili del 2011. È un dato che misura non il rischio di credito del Paese, ma il contesto macroeconomico».

«Qualora nei prossimi giorni il credito allargasse a causa della volatilità geopolitica, Moody’s – come ha già fatto sapere ad aprile – potrebbe downgradarci per un fattore macro legato alla proiezione di crescita, in uno scenario appunto recessivo indotto in qualche modo dalle banche centrali, che potrebbe colpire la componente più complessa della crescita, i consumi. Ci troveremmo in un lasso di tempo molto limitato da una situazione e essenzialmente “protetta” ad un macro sell-off originato dalla geopolitica e spinto dalle agenzie di rating. Si scatenerebbe un black swan, quel cigno nero sui mercati globali che chiunque oggi vorrebbe evitare».

E si torna alla geopolitica. La crisi in Medio Oriente sembra senza via d’uscita. Lei come la vede?

«Gli attori in campo si sono moltiplicati, così come le rivendicazioni; il conflitto sta assumendo una scala globale. Nella regione, il sud del Libano è sotto attacco aereo da parte di Israele dopo una serie di provocazioni, presunte o tali, da parte libanese, nei quali non è chiaro il ruolo di Hetzbollah, che si tende erroneamente a identificare con il Libano. Quel che balza agli occhi è invece che il territorio che ogni analista avrebbe presagito come incandescente e pronto a esplodere, cioè la Cisgiordania, per ora, taccia. Quello che viceversa non appariva come un rischio incombente si sta invece rivelando potenzialmente fatale: possibili Intifade in determinate metropoli europee; quanto successo a Bruxelles, in Francia e quanto pare stia succedendo in certi blocchi londinesi preoccupa, e non poco, le agenzie di tutto il mondo».

Quindi, che soluzione vede?

«Un intervento Onu appare remoto, così come la soluzione dei due stati così come prospettata dalle élite politiche. Le evoluzioni degli ultimi giorni tendono pericolosamente ad “aggregare” gli stati della resistenza araba – Libano, Siria, Egitto, Iraq e Giordania – che guardano sospetti alle mosse di Israele e dei suoi alleati. Non potendo Tel Aviv ergere muri a ogni confine, la via diplomatica, più remota ma anche più pragmatica, dovrebbe passare da un negoziato gestito da un attore non schierato, se esiste, che privilegi la salvezza delle vite umane e non la conquista o la salvaguardia di un territorio».

«Oltre agli attori leader di ognuno dei Paesi coinvolti, esistono una serie di attori che agiscono su base cross-borders: gli arabi che nascono in Israele, oggi terzo partito nel Paese, o gli ebrei in Iran, per esempio. Questi attori trasversali potrebbero essere lo strumento per pensare ad un concetto di lega araba che includa lo stesso Israele. Ma oggi è uno scenario remoto».

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