Chi vive nella società contemporanea è stabilmente esposto – meglio, immerso – a un flusso continuo e sovrabbondante di stimoli: immagini, suoni, eventi che si rincorrono in uno spazio comunicativo sempre più caotico. Tutto ciò – scrive Mauro Magatti su Avvenire – ci consente, certo, di essere informati su quanto accade nel tempo. Ma espone anche a una altalena continua di emozioni.
Volenti o nolenti, siamo emotivamente colpiti da quello che vediamo e sentiamo. Le emozioni che proviamo, filtrate dallo schermo, sono diverse da quelle che sperimentiamo quando siamo direttamente a contatto con la realtà. Tutto ciò ha a che fare con i sistematici errori di valutazione circa quanto accade attorno a noi. Le ricerche confermano che le valutazioni dell’opinione pubblica sulla reale portata dei problemi sono molto approssimative. In molti casi addirittura nettamente sbagliate.
In un’epoca caratterizzata da una sequenza impressionante di grandi choc globali (dalla pandemia al riscaldamento globale, dagli attacchi terroristici alle atrocità delle guerra in Ucraina e ora in Medio Oriente) le conseguenze di questa sovraesposizione non possono che essere rilevanti.
Di sicuro vi è la progressiva metamorfosi di quella fiducia – e persino euforia – che aveva caratterizzato i primi anni seguiti alla caduta del Muro di Berlino. Oggi a prevalere sono paura, ansia, risentimento. Difficile avere uno sguardo ottimistico, quando tutto quello che accade sembra dire di un mondo in via di disgregazione.
Buona parte della opinione pubblica – soprattutto i ceti meno abbienti – è pervasa da emozioni negative. Facile terreno di conquista per gli “imprenditori della paura”. Contrastare questo effetto è complicato. Ma almeno si può cercare di intervenire su due fronti. Il primo è la cura dei processi di comunicazione. Non bisogna mai stancarsi di ripeterlo: diffondere immagini, dare resoconti, rappresentare la realtà comporta responsabilità. Il secondo riguarda la vita quotidiana. Abbiamo bisogno di ricreare occasioni concrete di esercizio dell’empatia che, esattamente come le nostre capacità fisiche, va continuamente praticata.
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