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Nel nuovo Patto di Stabilità per l’Italia niente sconti ma nemmeno camicie di forza | Lo scenario

C’è un solo Paese in Europa che considera vitale la riforma del Patto di Stabilità e Crescita: l’Italia è l’unico per il quale le regole sui conti pubblici hanno assunto una rilevanza politica tale da determinare le sorti di interi governi.

Pochi giorni fa il negoziatore del Consiglio e quelli del Parlamento hanno trovato un accordo per far procedere la riforma sulla quale i governi avevano trovato una faticosa intesa prima di Natale in sede Ecofin.

Inutile impelagarsi nelle simulazioni sugli zero-virgola, il percorso della riforma è ancora lungo e prima di essere adottata con un voto nell’assemblea plenaria del Parlamento alcune minuzie potranno ancora cambiare.

Ma per una valutazione politica gli elementi ci sono già tutti.

Riassunto delle puntate precedenti: la proposta della Commissione Europea di aprile 2023 voleva superare le regole introdotte durante la crisi dell’euro con la loro rigida griglia di parametri basati su variabili non osservabili (tipo il pil potenziale).

Secondo uno studio della Commissione, il tasso medio di adesione ai parametri del Patto tra 1998 e 2022 è stato del 54%, in Italia del 25% (in Francia addirittura del 22%).

Regole severissime che tutti violano sono inutili.

L’obiettivo della Commissione era sostituire quei vincoli automatici ed esterni con impegni di cui i governi nazionali si assumevano la responsabilità, calibrati sulla struttura e i problemi di ciascun Paese.

Il lavorio dei Paesi frugali, guidati dalla Germania, ha svuotato il progetto della Commissione perché ha sovrapposto ai piani indicati dai governi nazionali delle clausole di salvaguardia, cioè riduzioni minime di debito e deficit da rispettare.

A rendere ancora più confuso il tutto c’è una clausola di favore per i Paesi sotto procedura d’infrazione – come saranno Italia e Francia appena scatteranno le nuove regole – per una fase transitoria di regole ammorbidite tra 2025 e 2027, così da consentire a entrambi gli Stati di limitare le conseguenze elettorali di restrizioni fiscali impopolari.

L’accordo tra i negoziatori di Consiglio e Parlamento Ue va quindi analizzato per capire da che parte oscilla il pendolo del rigore: più verso lo spirito originario della Commissione (piani nazionali di cui i governi si prendono la responsabilità) o più verso la rigidità delle regole di stampo tedesco?

L’approccio della Commissione un pochino resiste: ogni governo dovrà discutere con Bruxelles una traiettoria ideale di riduzione del debito, che non si chiamerà più «tecnica» ma «di riferimento».

Sottigliezze da eloquio comunitario nelle quali però si può leggere il fatto che il ritmo che sarebbe necessario a riportare il debito al livello considerato accettabile e sicuro non sarà il risultato di una formula asettica, ma di un negoziato.

O, meglio, di un «pre-dialogo fattuale opzionale», questa la formula criptica che cerca di tenere insieme l’aspetto tecnico di queste valutazioni (contano i numeri), con quello discrezionale (i numeri dipendono dalle ipotesi alla base del modello).

Indicare l’evoluzione del debito su un orizzonte di quattro o sette anni include molte scelte opinabili, dunque gli impegni dei governi saranno di fatto negoziati.

Nella logica della Commissione, tutte le scelte che sono condivise col paese membro lo vincolano molto più di quelle imposte da fuori, perché i governi si assumono l’impegno di rispettarle e non possono limitarsi a dire «ce lo chiede l’Europa» e fare il meno possibile.

Anche se vicende come la mancata ratifica della riforma del Mes indicano che gli stessi partiti – in questo caso i 5 Stelle – che approvano qualcosa quando sono al governo poi possono poi contestarla se passano all’opposizione.

A spingere il nuovo Patto di stabilità nella direzione che interessa ai frugali c’è il progressivo affermarsi, a ogni passaggio del processo legislativo, dell’indicatore della spesa netta.

Per anni chi chiedeva flessibilità contestava l’eccessiva attenzione al deficit, che può aumentare per cause contingenti di ciclo economico, ma anche perché si fanno investimenti o riforme costose.

Un indicatore che si concentra sulla spesa evita di imporre vincoli a molte di queste voci, ma permetterà comunque di stilare liste di paesi buoni e cattivi, formiche e cicale.

Se l’Italia dovesse trovarsi con un deficit in crescita perché sale la spesa per interessi, ma anche con una spesa netta in aumento, l’effetto reputazionale sui mercati sarebbe doppiamente negativo.

Non soltanto la sostenibilità del debito parrebbe più incerta, ma il governo si meriterebbe la patente di irresponsabile perché in un contesto finanziario difficile spende più del necessario.

Questo ulteriore passaggio della modifica del Patto di Stabilità non aggiunge perciò elementi sostanziali, ma suggerisce una cornice interpretativa incerta per l’Italia.

Coesistenza di regole che cercano di imporre rigidità e automatismi con altre che prevedono un negoziato: dalla riforma del Patto non arriveranno sconti all’Italia ma neanche una nuova camicia di forza.

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