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Michele Ainis: “Il voto online contro l’astensione”

L’astensionismo è un veleno, “intossica la democrazia” e per combatterlo bisogna puntare sull’“educazione” e, magari, sfruttare la “rivoluzione digitale contro sé stessa”.

Michele Ainis, costituzionalista, non si scandalizza all’idea lanciata ieri su La Stampa dal direttore Andrea Malaguti di rendere obbligatorio l’esercizio del voto, una provocazione che affronta però il tema, molto sentito, della partecipazione democratica.

Alcuni paesi multano chi non vota. Si potrebbe fare qui?
“Il dovere civico di votare era moderatamente sanzionato anche in Italia, nei primi tempi della Repubblica. Il cittadino che non andava a votare doveva giustificarsi presso il sindaco e il suo nome finiva in una specie di “lavagna” nell’albo comunale, c’era una menzione nel certificato di buona condotta. Poi fu eliminato nei primi anni ’90. Dopodiché, se la domanda è: posso ottenere di nuovo un’alta partecipazione prevedendo sanzioni? Io credo di no, la considero una provocazione per accendere i riflettori su un male che intossica la democrazia”.

Quali misure suggerirebbe per arginare il fenomeno?
“Siamo abituati a pensare il diritto come “bastone” della legge, ma c’è anche la “carota”… Si può pensare di favorire l’esercizio del diritto di voto, più che castigare il non voto. Alcuni sistemi per esempio, prevedono dei premi: in alcuni stati americani se vai a votare ti danno un bonus, qualcosa…”.

In tanti, ormai, capiscono che la politica – specie a livello nazionale – è spesso impotente di fronte a “big tech” e grandi fondi di investimento: “Che voto a fare se la politica ha le mani legate?”. L’incentivo basterebbe per vincere la disillusione degli elettori?
“In questa stagione della storia umana il mondo si sta suddividendo in grandi imperi, ci sono quattro potenze. Due sono autocrazie – Russia e Cina – e altre due – Usa e India – che sono, o forse erano, democrazie. In India Modi ha messo bavaglio alla stampa, discrimina i musulmani, in America c’è Trump… Il cittadino singolo si sente impotente. Cosa posso fare io per la guerra, il cambiamento climatico, le epidemie? Assistiamo ad un astensionismo crescente e ad una curvatura autoritaria. Il ragionamento è: c’è un capo, ci pensa lui. Io sono troppo piccolo. Consegno i miei destini a un capo, più o meno carismatico, e se la sbrighi lui”.

E si arriva al paradosso di capi di governo che sempre più dicono di parlare a nome del “popolo”, pur essendo stati eletti da una minoranza…
“L’astensionismo toglie autorità alla politica. In Italia abbiamo un governo stabile, ma non votato da due italiani su tre. La maggioranza al governo riflette una minoranza nel paese. Questo ovviamente non toglie legittimità formale ai provvedimenti del governo, ma impoverisce la legittimità sostanziale”.

I partiti sono colpevoli? Troppi social e poco “porta a porta”, il contatto diretto?
“Non possiamo pensare di resuscitare i partiti, i sindacati a cui eravamo abituati. Le grandi organizzazioni collettive del ’900… Non voglio dire siano morte, ma sono moribonde. Siamo nell’epoca della disintermediazione. Credo vada in qualche modo percepito e assecondato questo cambio di stagione. Soprattutto utilizzando contro sé stessa la rivoluzione digitale, che ha in sé una carica autoritaria”.

Pensa al voto online?
“Innanzitutto, per esempio, si potrebbe potenziare il referendum, la decisione immediata e diretta dei singoli su questioni, magari meno complicate dei due Csm e dell’alta corte disciplinare… Non siamo più ai tempi in cui ci muovevamo con la diligenza, ormai siamo abituati a fare praticamente tutto attraverso lo schermo di un computer. Spostare quattrini in banca, acquistare di tutto via internet. Sassoli promosse anche il voto da remoto per i parlamentari europei. Perché non immaginare la possibilità del voto digitale, naturalmente prevedendo sistemi di sicurezza? E molto può fare l’educazione: basti pensare che per l’educazione civica non c’è un professore, è appaltata a più docenti”.

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