“Siamo entrati in un mondo nuovo. La Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense segna la fine definitiva dell’idea di Occidente, inteso come comunità di valori da entrambe le sponde dell’Atlantico.
L’attacco rivolto all’Europa in quel documento non ha precedenti. Trasuda un disprezzo offensivo. Non si possono accettare lezioni di democrazia da chi, a casa propria, la sta erodendo”.
Lo afferma Michael Ignatieff, canadese, ex docente di Storia ad Harvard, ex leader del partito liberale canadese e attuale insegnante alla Central European University di Vienna, intervistato da Anna Lombardi per la Repubblica del 9 dicembre.
Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo per i leader europei e le istituzioni della Ue. Ora quell’ostilità è nero su bianco.
“Spero che leggendo il documento, i leader europei si siano resi conto che l’America ha voltato loro le spalle ed è cruciale lavorare allo sviluppo di capacità militari ed economiche autonome, essenziali per sopravvivere come realtà indipendente.
È un momento drammatico. Ma non sono pessimista. L’Europa sa già cosa deve fare: attuare il rapporto Draghi.
Serve un mercato unico di capitali e l’abbattimento delle barriere normative che le impediscono di essere economicamente competitivi”.
Quel documento offre sostegno ai sovranisti. Qual è il messaggio che gli sta dando?
“Trump gli sta suggerendo che la Storia è dalla loro parte. Per lui l’Europa della socialdemocrazia liberale, del multiculturalismo, dell’apertura agli immigrati è il passato, mentre loro, insieme, sono il futuro.
Di fatto, parafrasa un concetto affermato da Orbán anni fa: quando diceva che ‘un tempo pensavamo all’Europa occidentale come il nostro futuro. Ora il loro siamo noi dell’Europa orientale illiberale’.
Ma il presidente americano, in realtà, sta solo cercando di vendere un nuovo mito: perché il futuro è ancora tutto da scrivere”.
Trump disprezza proprio quei valori di cui l’Europa è baluardo. Come siamo arrivati fin qui?
“Negli Stati Uniti, così come in parte d’Europa, è in atto una controrivoluzione.
Si contesta la direzione presa della Storia a partire dagli anni 60: ovvero la società multiculturale, lo sviluppo dell’immigrazione di massa e le trasformazioni economiche imposte dalla globalizzazione, che è derivata da tutto questo e che pure è stata guidata da Washington.
Così, oggi, a differenza dell’alleanza di stati democratici che abbiamo avuto finora, l’amministrazione Usa aspira ad un asse, un’alleanza di governi che la pensano allo stesso modo: ispirati dall’ideologia di destra”.
Una crisi dell’idea di Europa è innegabile: le nuove generazioni le sono sempre più spesso ostili o indifferenti.
“Gli Stati membri non possono continuare a usare le istituzioni europee solo per difendere gli interessi particolari dei loro Paesi.
Faccio un esempio concreto: le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale richiedono enormi capitali per esprimere appieno il loro potenziale.
Ma l’Europa, pur crogiuolo di menti brillanti — scienziati, innovatori, imprenditori — non ha sufficienti riserve di denaro: perché ogni paese difende il proprio sistema bancico.
Dunque, non può competere coi mercati di capitali statunitensi. La conseguenza è che per sviluppare buone idee nate qui, ci si deve rivolgere agli americani”.
Come se ne esce?
“L’Europa deve affrontare una debolezza economica creata dalla sua eccessiva regolamentazione e protezione dei mercati nazionali.
Altrimenti, perderà la corsa con Cina e Stati Uniti: e con quella la sua battaglia per la democrazia, che va sostenuta col benessere, con livelli crescenti di reddito personale, da condividere con le nuove generazioni.
Per ora non accade: e dunque non c’è da stupirsi che i giovani siano disillusi, depressi, tentati dalle soluzioni dell’estrema destra”.
Saremo in grado di cambiare?
“In inglese, diciamo: ‘La necessità è madre dell’invenzione’. Ricordiamoci che nel 1945, l’Europa era in ginocchio.
Certo, si è rialzata con l’aiuto americano: ma sono stati donne e uomini europei a estrarre i mattoni dalle macerie e a rimettere in piedi i loro Paesi. La storia della ricostruzione è stimolante.
Certo, con gli Stati Uniti che sono diventati praticamente un regime ostile, la situazione è del tutto nuova. Ma si può affrontare. Se ce la si è fatta allora, ce la si può fare ancora”.
Pure Elon Musk dice che la Ue va smantellata, l’accusa di essere il “Quarto Reich”. Cosa c’è dietro tanto rancore?
“Se Elon Musk si prende la briga di dire che l’Unione europea va smantellata, vuol dire che la Ue è forte.
E che l’uomo più ricco del mondo pensa che il suo potere normativo sia un ostacolo ai suoi profitti.
Basterebbe questo a dimostrare l’importanza dell’Unione, che controlla l’accesso a un mercato di 400 milioni di persone a reddito medio, ovvero, quelle a cui ogni capitalista vorrebbe vendere i suoi prodotti.
Anche per questo ne va protetta la capacità di regolamentazione, ma abbattuta la parte normativa che impedisce di agire come un unico mercato del lavoro e del capitale”.
La commissaria europea Kallas ha affermato che gli Stati Uniti restano il nostro principale alleato. È ancora vero?
“Non sappiamo se quest’America rispetterà ancora gli impegni dell’Articolo 5 del trattato Nato, e questo è un problema.
Non dico che non lo farà: ma che non possiamo saperlo.
Infatti, negli Stati Baltici, nei Paesi al confine con la Russia, il documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale americano fa paura.
Sostenendo che l’Europa deve sviluppare le proprie capacità di difesa, compresa quella nucleare, indica che l’America potrebbe non esserci”.
Il Cremlino ha detto di essere in linea con la strategia Usa sull’Europa.
“Ovvio. Una delle cose più sorprendenti di quel documento è la feroce critica verso le democrazie e la grande indulgenza nei confronti dei tiranni.
Dice esplicitamente che gli americani non criticheranno gli stati del Golfo, la Cina, la Russia per il tipo di regime che hanno.
Ma si arrogano il diritto di criticare alcune delle democrazie più antiche, stabili e di successo al mondo.
Insomma, siamo al punto dove l’Europa deve smettere di parlare e iniziare ad agire.
E questo vuol dire lavorare per garantire ai giovani un buon futuro economico. Se riuscirà, la sua democrazia e i suoi valori terranno benissimo”.








