Su la Repubblica del 26 febbraio Concetto Vecchio intervista Massimo Cacciari.
Professor Cacciari, qual è la posta in gioco al referendum sulla giustizia?
“Certamente non la tenuta del governo.
Non c’è da dare nessuna spallata.
Nemmeno è in ballo la riforma della giustizia o il miglioramento di quella barbarie che oggi è il sistema carcerario”.
Non cambia la vita dei cittadini?
“Tutte le questioni che interessano davvero, i processi più rapidi, le procedure più snelle, le garanzie, non vengono toccate.
Anzi, si aumentano le spese, si triplicano gli organismi, e si mira a rafforzare il controllo politico sugli organi di auto-governo della magistratura, soprattutto in materia disciplinare”.
Lei come voterà?
“Penso sia importante dire no a una prospettiva che va nella direzione di subordinare le funzioni giudiziarie all’esecutivo”.
La separazione delle carriere è un primo passo della destra?
“Sì, minimo, se vogliamo.
Ma che va in quella direzione.
Non ci sto”.
Ma qual è esattamente la direzione?
“Quella imboccata da tutte le destre.
Il potere si deve riassumere nell’esecutivo, che non può avere impedimenti da parte di altri, che devono limitarsi a svolgere funzioni amministrative, cioè ad amministrare muti le norme che dettano gli esecutivi.
Non poteri”.
Le regole del gioco le detta l’esecutivo?
“Sì, e gli altri si adeguano”.
La vittoria del sì quindi sarebbe un via libera al governo per proseguire su quella strada?
“Si corre questo rischio”.
È il modello Trump.
“La divisione dei poteri è ritenuta una cosa arcaica.
Questo modo di pensare, che sta dominando le élite di potere, ha una base molto forte.
Non è da prendere sotto gamba, perché si radica negli assetti di potere attuali in tutto il mondo occidentale.
Ed è funzionale a un certo capitalismo, a un certo potere economico-finanziario”.








