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Marco Tarquinio (Avvenire): «Per far finire davvero una guerra bisogna fare lo sforzo di chinarsi»

Diciamolo ancora una volta. Per far finire davvero una guerra, qualunque guerra – scrive Marco Tarquinio su Avvenire –, bisogna sovvertirne la logica, sconvolgerne il lessico e le contrapposte narrative, sbaragliarne i miti e le rigidità.

E per fare tutto questo è necessario superare non solo pregiudizi e precomprensioni, ma anche il pudore dell’orrore proprio e del dolore altrui. Bisogna saper abbracciare la propria indignazione e quella immensamente più grande di chi patisce le conseguenze della violenza armata.

Bisogna fare lo sforzo di chinarsi (chi si china non giudica, ma sente, ascolta, vede e tocca). Chinarsi sulle ferite delle vittime, piegarsi per il peso delle sofferenze dell’altro, degli altri, restando consapevoli che nessuno può pretendere di sentirle più di chi le subisce, ma che ogni uomo e ogni donna hanno la capacità di immedesimarsi.

Se e quando accade, è proprio in quel momento che ci si disarma e s’incomincia la pace. Papa Francesco ieri lo ha ricordato ai grandi del mondo e a ognuno di noi.

A margine dell’Udienza generale del mercoledì, ha incontrato e abbracciato il dolore di due donne ucraine, mogli di combattenti del battaglione Azov. Dolore puro, speranza disperata, preghiera incandescente.

Quegli uomini, secondo lo schema dello scontro totale che per giorni e giorni, a oriente come a occidente, è stato spiegato e blindato sul campo e nel dibattito politico-mediatico, non hanno scampo: sono già morti.

Per il Papa sono fratelli intrappolati nella ferocia della guerra che ancora combattono e che dalla guerra senza quartiere possono ancora esser strappati via. Sono Abele e Caino, allo stesso tempo, come ogni altro o altra che spara per uccidere.

E Francesco li ha idealmente accolti sulla strada del ritorno dal baratro. Lo ha fatto chinandosi su di loro accompagnato dalle loro mogli, crocifisse dall’angoscia e straziate dal desiderio di pace.

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