‘La guerra dei trent’anni e la nostra Costituzione’. Marcello Sorgi sulla Stampa parla dell’annoso conflitto tra politica e magistratura: “La prima sensazione, dopo la nuova sentenza dei giudici romani che ordina il ritorno in Italia di altri sette immigrati accompagnati in Albania solo per poche ore – e dopo le dure reazioni dei vicepremier Salvini e Tajani in linea con quanto detto negli ultimi giorni anche dalla premier Meloni – è che gli ultimi quattro giorni di campagna elettorale per le regionali di domenica prossima in Emilia Romagna e Umbria si svolgeranno sullo scontro tra governo e magistratura sull’immigrazione, invece che sull’efficienza, o meno, delle rispettive amministrazioni locali.
Un modo – scrive l’editorialista – per favorire l’astensionismo, già oltre il 50 per cento nelle ultime consultazioni, e non risolvere il problema che da un mese sta riattizzando il pesante braccio di ferro che dura da decenni. E se la deportazione progettata da Meloni, che pure in Europa ha i suoi estimatori, dovesse rivelarsi impraticabile, che succederà? Intanto il governo obietta che quel che stanno facendo i giudici rappresenta un’enormità, perché mentre Palazzo Chigi si muove su mandato popolare della maggioranza degli italiani (sebbene, va ricordato, di migranti in Albania nel programma del destra centro non si parlava), la magistratura si sta assumendo la responsabilità di bloccare la volontà popolare. Così finalmente è chiaro qual è il vero problema: l’autonomia della magistratura, talmente senza limiti, a giudizio dell’esecutivo, da insidiare il primato della politica.
Ma anche in questo caso, viene da dire, si tratta di un primato non sancito per iscritto e calpestato almeno da trent’anni, quando il ciclone di Tangentopoli partito dal pool di Mani pulite a Milano si assunse la responsabilità di decapitare l’intera classe dirigente della Prima Repubblica. E forse non è un caso che il presidente del Senato La Russa, un po’ più anziano di Meloni e con sulle spalle da oltre trent’anni la toga di avvocato, in una recente intervista a Repubblica ha detto che l’unico modo di mettere le cose a posto è cambiare la Costituzione. E non soltanto, s’intuisce, accelerando la riforma della separazione delle carriere; ma – conclude – stabilendo una volta e per tutte che i giudici non possono andare contro il governo, né fare di testa loro. Vasto programma. Il minimo che si può chiedere è di sottoporlo al parere degli elettori”.








