Sul Corriere della Sera Mara Gergolet si occupa della repressione in Iran contro gli oppositori del regime degli ayatollah, che con un rito macabro ha cominciato le sue esecuzioni.
Si chiamava Mohsen Shekari, 23 anni, ricorda Gergolet. Lo accusano di avere bloccato il traffico il 25 settembre scorso durante le manifestazioni e ferito con un coltello un paramilitare basiji.
Passerà nei libri di storia come il primo dissidente impiccato di questa nuova, spietata repressione iraniana: colpevole di «inimicizia contro Dio».
Uccidere apertamente, e annunciare quello che finora le milizie compivano «in segreto» – o nelle celle di Evin – rappresenta il segnale che il confronto è diventato esistenziale.
Di qua i ragazzi, che non vogliono più sottomettersi, con un coraggio e una radicalità incomprensibile per le generazioni appena più grandi.
Di là il regime uscito dalla rivoluzione khomeinista, a cui quei ragazzi non riconoscono più né legittimità, né autorità, né futuro. Ma i suoi capi non hanno nessuna intenzione di lasciare la scena.
Tendiamo ad avere grande considerazione della solidità dei regimi, non rendendoci conto di quanto dalle loro azioni traspiri la paura e l’angoscia per il futuro.
Li riteniamo compatti, granitici, anche quando, come è appena successo in Iran, non c’è nessuno che sappia spiegare se la polizia morale sia sciolta o no.
Che fare, allora, per l’Iran? Innanzitutto, non è vero che nulla serva o nulla conti. Anche in Italia, per esempio, potrebbe essere approvata una risoluzione (con cui i pasdaran vengano dichiarati un gruppo terroristico) e si chieda l’espulsione dell’Iran dalla Commissione Onu per i diritti delle donne.
Ma prima ancora bisogna difendere e comprendere il valore della parola: capire il suo ruolo riparatorio, e il manto protettivo che può stendere – come un potere magico – contro l’abuso più stritolante e la violenza fisica, semplicemente svelandoli.
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