[L’intervento] Luigi Balestra (Presidente Osservatorio Riparte l’Italia): «Le quattro grandi riforme indicate da Mario Draghi e la posta in gioco»

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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza discusso ieri, durante il Consiglio dei Ministri, si giova di una premessa del Premier Draghi in cui, nel porre in luce come la pandemia abbia impattato su un sistema Paese già estremamente fragile, si traccia un’immagine impietosa di quel che l’Italia è stata capace di fare negli ultimi vent’anni.

A fronte di una crescita del PIL che va dal 32,4% al 43,6%, a seconda che si prendano in considerazione Spagna, Francia o Germania, l’Italia è stata protagonista di una crescita pari soltanto al 7,9%.

È aumentato significativamente – ma in ciò il dato ben può dirsi comune ad altre realtà, in considerazione dell’accentuazione dei divari e delle diseguaglianze che gli assetti socioeconomici contemporanei hanno imposto – il numero delle persone che si sono collocate al di sotto del tasso di povertà. Fenomeno che riguarda in modo particolare – e, in ciò, l’evidenziazione di quanto già comunemente acquisito – giovani, donne e sud. Una trilogia che è assurta a priorità trasversale, su cui accendere necessariamente i riflettori se si intendono realmente colmare i perduranti divari in un’ottica di coesione e di inclusione sociale.

Un’Italia, poi, flagellata – anche in ragione della peculiare conformazione morfologica – dai sempre più frequenti e repentini mutamenti climatici (così come evidenziato da ISPRA), con un aumento considerevole dei rischi correlativi, nonché delle emissioni nocive. Se a tutto ciò si aggiunge il lento andamento della produttività, ancora una volta significativamente inferiore a quel che accade in aree socioeconomiche affini, nonché la scarsa propensione a cogliere le opportunità che ormai da tempo le tecniche digitali offrono, ne esce tratteggiato un quadro in cui emerge con tutta evidenza la sfida, oltremodo ambiziosa, che l’Italia sarà chiamata a raccogliere se vorrà uscire dalle secche di una situazione complessa. A tal fine, è bene avere a mente che la pandemia non è certamente causa, ma solo un evento – quantunque di immane portata – che ha contribuito all’aggravamento di una situazione di crisi che occorre scongiurare diventi esiziale.

Il Premier pone altresì l’accento, quale elemento che contribuisce a rendere fosca la situazione in atto, sulla realtà del sistema economico italiano, essenzialmente connotato dalla presenza di piccole e di medie imprese (fenomeno etichettato, non da oggi, in termini di nanismo) le quali, proprio in ragione delle modeste dimensioni, non posseggono una robustezza sufficiente per resistere agli urti, con ogni relativa implicazione sul piano macroeconomico. Per rimediare, come già evidenziato in occasione di altri interventi comparsi sulla piattaforma, occorre incentivare, magari ripensandolo, il meccanismo delle reti di impresa, favorendo processi di alleanza mediante l’avvio di tavoli – per comparti omogenei – ad iniziativa dei soggetti istituzionalmente preposti allo sviluppo dei territori.

Volgendo lo sguardo all’ambizioso e inedito programma Next Genetation Eu, concepito al fine di rimediare alla situazione in atto, si dà conto di come l’Italia sia la prima destinataria delle risorse contemplate dal NGEU, attraverso i due principali strumenti in cui esso si condensa. In guisa che, è evidente – ma si tratta di constatazione non di oggi – l’opportunità che al nostro Paese si offre di far fronte non solo alla contingenza pandemica, ma anche di colmare l’arretratezza sedimentatasi nel passato.   

Nel sottolineare l’importanza delle sei fondamentali Missioni (e delle sedici Componenti) in cui deve articolarsi il Piano (digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute) – il quale prevede che il 38% dei progetti siano verdi, il 25% digitali, con una destinazione del 40% delle risorse al Sud – l’accento è posto su quattro grandi riforme, sulle quali si intende puntare: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. Ad esse si aggiunge la promozione di iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro; nonché la ormai da troppo tempo invocata riforma fiscale.  

Si tratta di riforme che rappresentano certamente uno snodo cruciale, in relazione alle quali deve, a mio modo di vedere, esservi chiara consapevolezza in ordine al fatto che esse:

1) sono volte a innovare essenzialmente meccanismi procedurali, in guisa che rivestono natura strumentale, ancorché ineludibile, per la realizzazione dei veri obiettivi,  i quali, al pari delle prospettate riforme, avrebbero dovuto essere iscritti già da alcuni decenni nelle agende governative a prescindere dal PNRR. Obiettivi consistenti, a voler utilizzare concetti idonei a sintetizzare, nel progresso socioeconomico di un intero Paese, in una prospettiva che sappia porre fine a quelle che, agli occhi di una sensibilità diffusa, appaiono odiose e inaccettabili disparità;

2) potranno fregiarsi dell’appellativo di riforma, soltanto se sapranno realmente tradurre una visione nuova e contemporanea del complesso intreccio degli interessi che si agitano nella realtà, da riguardarsi anche prefigurandosi dinamiche e scenari futuri; e ciò alla stregua di canoni di ragionevolezza e di equilibrio che facciano leva sui fondamentali valori emergenti dalla Carta costituzionale. Un documento, quest’ultimo, che costituisce la bussola dalla quale partire al fine di innovare, alla stregua di una visione che ponga in posizione di primazia gli individui, da riguardarsi nella vasta gamma dei valori e degli interessi che ciascuno è legittimato a coltivare in vista della piena realizzazione della personalità umana.  

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