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Luca Ricolfi (La Repubblica): «Ecco gli effetti che produrrebbe il salario minimo»

Sull’opportunità di fissare un minimo per le retribuzioni c’è un diffuso anche se non unanime consenso, spiega Ricolfi sulla Repubblica.

Dove invece i pareri divergono è sugli effetti che esso potrebbe produrre. Gli economisti, in particolare, segnalano tre effetti perversi del salario minimo legale, in parte già osservati in Germania (che ha introdotto il salario minimo nel 2015).

Il primo è che le imprese che possono farlo scaricano sui prezzi l’aumento dei costi salariali. Il secondo è che alcune imprese aggirano la norma semplicemente aumentando il numero effettivo di ore giornaliere (ti pago 7 ore, ma ne fai 9).

Il terzo è che molte imprese non possono permettersi di operare pagando i lavoratori al livello fissato per legge, e rischiano di reagire chiudendo l’attività, o accentuando la propensione all’evasione fiscale e contributiva.

A questo proposito – spiega Ricolfi – giova ricordare che l’aggravio per le imprese di un salario minimo legale di 9 euro (la proposta del Movimento Cinque Stelle) sarebbe di 6.7 miliardi di euro, che scenderebbero a 4.4 miliardi con una soglia fissata a 8.5 euro, e a 2.7 miliardi con una soglia di 8 euro (stime Inapp).

Le cose sono ancora più problematiche se guadiamo alle caratteristiche dell’Italia che la differenziano dagli altri paesi europei. In nessun paese europeo, salvo forse la Grecia, l’estensione dell’economia sommersa è ampia come in Italia.

In nessun paese europeo è così profonda la frattura fra garantiti, protetti dalle leggi e dai sindacati, e non garantiti, esposti alle turbolenze e ai rischi del mercato.

Che fare, dunque, per massimizzare i vantaggi e minimizzare i danni del salario minimo? Un’idea potrebbe essere di introdurre una differenziazione territoriale, che tenga conto del costo della vita (per non penalizzare i lavoratori del Nord) e della produttività (per non penalizzare le imprese del Sud).

Ma forse – conclude Ricolfi – il provvedimento più incisivo sarebbe di sottoporre a un regime di controlli speciale — con verifiche più frequenti e capillari — le imprese che prevedono rapporti di lavoro con orari ridotti. Ciò metterebbe un freno alla pratica, estremamente diffusa in Italia, di sottodichiarare le ore di lavoro.

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