“Si può polemizzare con tutto, tranne che con i numeri. E i numeri sui processi per abuso d’ufficio, diffusi ieri dal ministero della Giustizia, dimostrano una realtà indiscutibile”.
Luca Fazzo sul Giornale affronta l’annoso tema del reato di abuso che, scrive l’editorialista, “non è solo una tagliola micidiale messa sul cammino di ogni amministratore pubblico; non è solo un reato-omnibus, il passepartout con cui – in assenza di qualunque altro indizio di colpevolezza – i pubblici ministeri possono iniziare a scavare sul conto di sindaci e assessori, sperando di imbattersi in qualcosa di più rilevante; è anche, e soprattutto, una formidabile macchina che ingolfa i tribunali, un macigno micidiale sulla strada per l’efficienza della giustizia.
Come finiscono le inchieste per abuso d’ufficio? Diciotto condanne su 455 processi. Trecentosettanta rinvii a giudizio contro 4.613 archiviazioni. Non esiste un solo reato in tutto il codice penale – osserva Fazzo – che abbia numeri neanche lontanamente paragonabili di insuccessi dell’accusa.
Non è un caso. I numeri dimostrano che l’abuso è in realtà un reato-non-reato, privo di quei requisiti di chiarezza che in ogni Paese civile servono a dettare al cittadino le regole da seguire nel suo ‘honeste vivere’.
Non è un caso, leggendo attentamente le cifre, che a fare archiviare la grande parte delle accuse sia stata la legge che nel 2020 (governo Conte 2, ministro della Giustizia Bonafede) ha ristretto sensibilmente l’area di applicazione del reato.
Togliendo di mezzo la violazione di regolamenti secondari e restringendo l’area dell’abuso alle violazioni di legge, l’entrata in vigore della norma ha fatto dissolvere migliaia di inchieste.
Eppure, nonostante la drastica riduzione dell’area di applicazione, il reato di abuso ha continuato a essere contestato a man bassa dalle Procure, e anche l’anno scorso per ogni vecchio fascicolo finito in niente se n’è aperto un altro, continuando a intasare le aule.
È la prova – conclude – che nessuna riforma – e tantomeno i due avverbi in più che il ministro Nordio vorrebbe aggiungere all’articolo per depotenziarlo – impedirà al fatidico articolo 323 di essere usato come spauracchio in mano alle Procure”.
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