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Lo spread un pericolo per l’Italia. Ecco come si governa il debito pubblico | L’analisi di Roberto Sommella

“Nove novembre del 2011: il Rubicone dei mercati viene superato poco dopo le 11, quando lo spread vola a 573 punti e il rendimento dei Btp decennali sale al 7,42%.

Da lì a poco Silvio Berlusconi sarà costretto a dimettersi mentre il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco – che a breve, il prossimo 1° novembre, passerà la mano a Fabio Panetta – aveva indicato nel 6% la quota di rendimento oltre la quale si entrava in zona pericolo.

Dodici anni dopo può accadere qualcosa di simile al governo di Giorgia Meloni?

Uno spread, il differenziale di interessi con i bund tedeschi a dieci anni, superiore ai 200 punti base può far scattare l’allarme?”.

Se lo chiede il direttore di Milano Finanza Roberto Sommella in un editoriale.

“E un tasso di interesse sui Btp vicino al 5% può rappresentare quella soglia del pericolo per l’Italia?

Sono le domande che più si pongono operatori, analisti e ministri.

Evidentemente l’esperienza insegna a non sottovalutare i mercati finanziari, come anche ad agire con prudenza sul fronte del debito pubblico, vicino ad una soglia critica come quella dei 3.000 miliardi di euro, oltre il 140% del pil.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, da buon realista qual è, professa fiducia e attenzione nel momento in cui incassa il nuovo successo del neonato Btp Valore (sottoscrizioni per 17 miliardi di euro) ultimo tassello dell’operazione leghista di rendere più domestico l’indebitamento italiano.

La filosofia dell’uomo dei numeri del Carroccio è nota e lui l’ha spiegata appena insediato nel nuovo esecutivo.

“Teniamo molto alla partecipazione dei risparmiatori italiani all’acquisto del debito pubblico del Paese.

Infatti la partecipazione, che è stata condizionata negli anni sia dalla dinamica dei rendimenti sia dall’evoluzione del mercato finanziario, ha aumentato l’offerta di prodotti di risparmio e investimento per i cittadini”, disse Giorgetti alla Camera presentando la sua prima manovra un anno fa.

E la situazione non è cambiata, il suo progetto di rendere più autarchico il debito pubblico sta andando avanti ed è agevolato anche dai rendimenti prossimi allo zero dei conti correnti bancari: da lì arriva sangue vitale per le casse dello Stato.

Ma il debito, oltre che allungarlo e renderlo nazionale, si può anche tagliare come sostiene da tempo questo giornale.

Alla domanda ha cominciato a dare una risposta lo stesso numero uno di Via XX Settembre, intervistato proprio da Milano Finanza nel febbraio del 2023 a ridosso delle nuove emissioni di titoli di stato pensate per gli italiani.

“Il debito si taglia innanzitutto agendo sulla crescita, favorendo lo sviluppo economico del sistema imprese.

Diminuendo la burocrazia, rendendo l’accesso ai mercati più semplice, implementando schemi per l’attrazione degli investimenti, stando al passo non solo con la norma comunitaria ma anche con i trend globali”.

La strategia di Giorgetti convince molti suoi predecessori autorevoli che si sono sempre confrontati con lo sforzo di vendere il debito e mantenere basso il suo onere.

Milano Finanza ha fatto un giro d’orizzonte per rendere un servizio ai lettori: sul debito non esistono scorciatoie.

Pier Carlo Padoan, ora al vertice di Unicredit, un passato all’Ocse e appunto sulla poltrona più calda di Roma, quella fu di Quintino Sella, Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi, non ha dubbi: la strada che ha imboccato il titolare dell’Economia è giusta, ancorché obbligata.

“Il debito è tanto e lo devi finanziarie.

Giorgetti sta costruendo strumenti alternativi con i tecnici del Tesoro: è una sana gestione di portafoglio”, analizza Padoan, rinvigorito da buon romanista dalle imprese di Romelu Lukaku in maglia giallorossa e poco intimorito dallo spread.

Analoga analisi è quella di un altro illustre ministro dell’Economia, che quel 2011 lo visse suo malgrado da protagonista pur difendendo sempre la solidità dell’economia italiana.

Giulio Tremonti non si mostra preoccupato col suo interlocutore e non lo è stato nemmeno parlando al Corriere della Sera, quando ha centrato il nodo della questione atavica: “Oggi il problema non è se è alto o basso lo spread, ma il debito.

Ma il problema resta il monstre del debito italiano.

Questo governo viene dopo un decennio di finanza scriteriata sia per ciò che è stato fatto che per ciò che non è stato fatto”, ha raccontato al quotidiano di via Solferino.

Fa anche la differenza il fatto che oggi, a differenza del 2011, i tassi di interesse sono alti pure in Germania.

Ma se dovessero calare a Berlino, si chiede il cronista, cosa accadrà?

Un ex direttore generale del Tesoro come Alessandro Rivera preferisce non rispondere ma considera il superamento del tasso di interesse al 5% sui Btp un possibile problema.

Daniele Franco, altro apprezzato super ministro del Tesoro nel governo di Mario Draghi, ora in corsa per la presidenza della Bei, disegna la stessa stella polare che sta seguendo Giorgetti e mostra scetticismo per un’operazione di cessione dei beni immobiliari dello Stato: “Credo che lo Stato, e questo vale anche per gli enti territoriali, debba vendere valorizzando tutto ciò che non utilizza.

Non credo invece serva un’operazione in cui si vendono e poi si riaffittano edifici utilizzati, perché l’onere per i fitti sarebbe probabilmente superiore al tasso al tasso sui Btp”.

Che fare dunque?

“Occorre crescere il più possibile per ridurre il debito e certamente tornare anche all’avanzo primario”, ragiona Franco con chi scrive.

Ma i tassi al 5% sui Btp sono un problema?

“No, almeno nell’immediato”, risponde ancora, “il costo medio del debito è sul 3% e la crescita nominale dovrebbe essere più alta.

Ma certo riduce i margini di azione e impone tanta prudenza”.

Prudenza nei fatti e nelle parole, esattamente la strategia del ministro leghista, che raccoglie dunque un quasi plebiscito, compreso l’apprezzamento anche di Giovanni Tria, suo predecessore nel primo governo di Giuseppe Conte, mentre per motivi diversi – di troppa lontananza in quanto londinese e troppa vicinanza perché a palazzo Madama – Vittorio Grilli, banchiere d’affari e il senatore a vita Mario Monti preferiscono non esprimersi (“ma vi leggeremo”, affermano interessati, forse per non rischiare di essere banali).

Tria butta il cuore oltre l’ostacolo ed è invece più possibilista su un’operazione Tagliadebito.

“Il problema”, ragiona con Milano Finanza, “è che l’operazione è tutt’altro che facile.

Io cercai di avviarla e Invimit sta facendo un grande lavoro creando fondi in cui attrarre investimenti.

Ma il problema è che il grosso del mattone non è più in mano allo Stato ma agli enti locali.

Le stime che si fanno sul valore vendibile sono molto teoriche.

Certo, molto di più si può fare ma come sempre serve un impegno politico non momentaneo.

Ci vuole costanza, tempo e anche qualche adattamento normativo, difficile quando si cercano solo soluzioni per il giorno dopo”.

E in effetti il tempo è proprio quello che manca al governo Meloni come agli esecutivi precedenti.

Si ragiona alla giornata, voltando pagina giorno dopo giorno.

Ma come ammoniva Giulio Andreotti, “a furia di voltar pagina il libro finisce”.

Finirà così anche con il debito pubblico?” conclude Sommella.

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