C’ è uno scacco culturale che blocca la capacità di affrontare con successo le tante questioni del nostro tempo: nel mondo interconnesso in cui viviamo, sostiene Mauro Magatti su Avvenire, continuiamo a ragionare e ad agire nella logica della indipendenza, quando tutto è diventato interdipendente.
Nelle scienze contemporanee le teorie dei sistemi complessi – in particolare quelli viventi – dicono che il tutto è superiore alla parte.
Un principio richiamato anche da Papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Sostenere questo non implica che la parte scompaia, assorbita da una logica di sistema.
Più semplicemente, ciò significa che ogni elemento, che pure gode di autonomia, esiste solo in relazione al tutto e agli altri.
Quest’idea semplice – antica e oggi riconosciuta dalla scienza – non riesce a diventare cultura comune, cioè a orientare le scelte dei grandi decisori, politici ed economici, e a trasformare il modo di vivere e di organizzare le nostre società.
Col risultato di impedire l’adozione di quella prospettiva che è necessaria per sciogliere i nodi complessi del nostro tempo.
Prendiamo la questione della sostenibilità.
La consapevolezza che il nostro modello di crescita crea effetti distruttivi sull’ecosistema ha fatto finalmente molti passi in avanti.
Ma si fatica a trovare le soluzioni.
Ognuno (Paese, impresa, cittadino) guarda la questione dal proprio punto di vista, facendo bene attenzione a non pagare più degli altri.
Un secondo esempio viene dalla guerra, in particolare da quella in Ucraina, le cui conseguenze si sono diffuse ovunque come onde telluriche, attraverso la crisi delle forniture di energia, di grano e delle altre materie prime, gli effetti inflazionistici, la ridefinizione dei rapporti geopolitici.
Le diverse parti del pianeta sono sempre più legate a un destino comune.
A valle del grande salto prodotto dalla globalizzazione della fine del XX secolo, oggi ci troviamo a un punto di non ritorno: in questa nuova configurazione storica è necessaria una conversione dello sguardo.
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