Vi sono due concetti nella Relazione del governatore Ignazio Visco all’assemblea ordinaria della Banca d’Italia del 31 marzo per l’approvazione del bilancio relativo al 2022 (l’ultima assemblea presieduta da Visco, che a novembre lascerà la guida dell’istituto).
MF-Milano Finanza scrive che uno riguarda la politica monetaria: il governatore, dopo aver descritto le ultime decisioni del direttivo della Bce con particolare riferimento alla perdurante incertezza, sottolinea che l’Eurosistema (non solo la Bce) è pronto a intervenire, all’occorrenza, con tutti gli strumenti disponibili per l’efficacia del meccanismo di trasmissione della politica monetaria e per preservare la stabilità finanziaria.
A poco a poco quest’ultima stabilità, prima marginalmente evidenziata facendosi riferimento solo a quella monetaria, compare nelle dichiarazioni e negli impegni dei banchieri centrali, evidentemente sotto l’influsso delle crisi bancarie. Dunque ex malo bonum.
Ma l’impegno in questa direzione comporta l’impiego non solo di strumenti propri della Vigilanza bancaria ma anche la politica monetaria, checche’ ne dica madame Christine Lagarde che nega l’esigenza di un bilanciamento nel perseguimento delle due stabilità.
Visco dà un giudizio positivo sul settore bancario europeo ben patrimonializzato.
Ma qui si pone il motivato richiamo, quanto all’Italia, del presidente dell’Abi Antonio Patuelli sull’aumento del rischio di credito e sulla crescita delle sofferenze. Non si può rimanere inerti.
L’altro concetto parla pure ai cosiddetti falchi.
Il governatore con riferimento alla diminuzione nel 2022 del risultato lordo dell’istituto – passato da 9,2 a 5,9 miliardi – ricorda che la politica monetaria è disegnata in funzione dell’ottemperanza del mandato statutario riguardante il mantenimento della stabilità dei prezzi (e qui va però richiamata l’osservazione che precede).
Si tratta di un obiettivo da perseguire anche se può comportare un temporaneo peggioramento dei risultati economici.
E infatti il rialzo dei tassi di riferimento della Bce ha causato un aumento immediato del costo della provvista di bilancio, a fronte del quale non vi è stato, sottolinea Visco, un corrispondente incremento del rendimento delle attività di politica monetaria.
Si potrebbe dire scherzosamente: imputet sibi.
La manovra monetaria si riverbera per determinati aspetti non solo sul rendimento delle attività delle banche vigilate – in alcuni casi divenendo concausa di fenomeni di instabilità – ma anche sui bilanci degli stessi soggetti dell’Eurosistema.
L’indipendenza finanziaria di una banca centrale va tutelata in quanto è un valore fondamentale per condurre il medesimo governo della moneta; non può venir meno assolutamente e i peggioramenti dei risultati non possono che essere transitori.
Ma l’osservazione evidenzia anche i giusti limiti della partecipazione al capitale della Banca d’Italia.
Chi ne acquista le quote sa che la parte preponderante delle attività può essere rappresentata dall’acquisto di titoli per finalità di politica monetaria, come rileva la Relazione.
E ciò è rilevante in questa fase di normalizzazione.
È comunque il portato dell’assetto proprietario che si sviluppa secondo uno schema privatistico di un’istituzione che è nettamente pubblica.
Il governatore richiama la riforma del 2013 che aumentò il capitale a 7,5 miliardi.
Una riforma, va osservato, che fu molto tormentata; alla fine si ricorse in Parlamento alla famosa ghigliottina per porre fine alle discussioni ostruzionistiche che avrebbero impedito l’approvazione, come invece avrebbero voluto alcuni che oggi fanno parte della maggioranza di governo.
Quanto al bilancio, l’utile netto è risultato pari a 2.056 milioni; ai partecipanti sono stati corrisposti 340 milioni, pari al 4,5% del capitale, come nello scorso anno, e allo Stato sono stati attribuiti 1.676 milioni che, aggiunti alle imposte di competenza, portano la somma corrisposta a circa 3 miliardi.
Nei prossimi anni bisognerà fronteggiare risultati lordi negativi prima che gli utili tornino a crescere.
L’assemblea è stata l’occasione perché Visco, con meditato orgoglio, come ha tenuto a dire, e con gratitudine nei confronti dei colleghi del Direttorio e del personale tutto, sinteticamente ripercorresse quanto è stato fatto e innovato nei 12 anni del suo governatorato e ricordasse ciò che ora, al centro e in periferia, fa oggi la Banca d’Italia: dalla Vigilanza al sistema dei pagamenti, dalla tutela dei consumatori all’antiriciclaggio, dall’innovazione tecnologica con l’hub di Milano e la sandbox regolamentare alle attività dell’Ivass.
Bisogna altresì aggiungere la potente ricerca economica e quella istituzionale.
Oggi l’istituto ha 38 filiali, dopo che, prima del governatorato Visco, fu frettolosamente adottata la decisione di sopprimerne circa i due terzi quando avrebbero potuto esserne ampliati i compiti nell’interesse del sistema e del territorio.
In generale la Banca d’Italia, come Visco ha affermato, nei 130 anni di attività trascorsi dalla sua istituzione ha saputo mantenere il passo della storia.
Il personale è di qualità. Innovazioni organizzative sono state introdotte con la costituzione di Dipartimenti (ma prima esistevano le Aree funzionali non molto diverse) e con una pianificazione integrata degli organici e delle risorse informatiche, logistiche e finanziarie.
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