Prima Goldman Sachs, con il suo invito a preferire i titoli di Stato spagnoli a quelli italiani.
Poi Moody’s, che ha prospettato un declassamento dell’Italia giustificato da “crescita lenta e costi di finanziamento più elevati”.
Infine la proposta della Commissione per rivedere il Patto di Stabilità, che imporrebbe un taglio annuo del debito tra 8 e 15 miliardi.
Nell’ultima settimana i conti pubblici sono tornati di nuovo al centro delle preoccupazioni nonostante le previsioni ottimistiche del governo.
Il Def ha rivisto al rialzo il pil del 2023 (+1% dal +0,6% della Nadef) e ha previsto un calo dell’indebitamento dal 144,7% del 2022 al 140,4% del pil nel 2026.
“Il debito dell’Italia è sostenibile”, spiega Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio a MF-Milano Finanza.
“Negli ultimi due anni l’economia italiana è cresciuta più di quella dei partner europei e i segnali congiunturali sul primo trimestre 2023 sono positivi: quindi non vedo grandi pericoli”.
Il debito supera i 2.700 miliardi. Cosa lo rende sostenibile?
Il ritorno dell’avanzo primario, già previsto nel 2024, e la crescita: nel solo 2022 l’indebitamento è sceso di oltre il 5% grazie anche all’aumento sopra le attese del pil (+3,7%).
Certo, in futuro la ripresa economica sarà più contenuta, ma l’aggiustamento manterrà comunque il debito su un sentiero discendente fino al 2040 e oltre.
Quindi zero criticità? Non serve un Tagliadebito?
Non vedo rischi, ma condizioni meno favorevoli.
Nel solo 2023 dovremo collocare sul mercato circa 104 miliardi di nuovi titoli di Stato, che prima venivano comprati dalla Bce.
Inoltre, sarà più costoso finanziarsi dopo l’aumento dei tassi.
Nel 2022 l’Italia ha speso in interessi il 4,4% del pil, una somma considerevole che salirà al 4,5% nel 2026: parliamo di circa 100 miliardi.
Per fortuna il costo medio per interessi resterà minore della crescita del pil nominale, ma la forchetta si sta riducendo fino a invertirsi nel 2026.
A proposito di Europa. Cosa pensa delle cifre circolate sui tagli imposti dal Patto di Stabilità?
Sono in linea con quelle indicate dal Def, che prevede una riduzione del debito di 2,3 punti percentuali quest’anno e di 0,6 punti in media nel triennio successivo.
Non è un taglio irragionevole come quello richiesto dal vecchio Patto di Stabilità, che imponeva una riduzione del debito di 1/20 l’anno, pari al 6/6,5% del pil.
Come giudica la nuova proposta di Bruxelles?
Ci sono elementi positivi innanzitutto perché si sposta l’attenzione dai numeri alla dinamica dell’indebitamento: anche un debito elevato può essere sostenibile se si incammina verso un sentiero discendente.
Inoltre, è apprezzabile l’attenzione ai piani di rientro differenziati, perché un percorso personalizzato permette di coniugare crescita e sostenibilità della finanza pubblica.
Senza dimenticare, infine, che non viene imposto un tetto complessivo di spesa: gli Stati restano liberi di bilanciare le singole voci o di aumentarle alzando le tasse.
Il governo però vorrebbe ridurre le imposte. Che margini ci sono anche in vista della Manovra?
In generale gli spazi sono piuttosto limitati.
Quest’anno l’esecutivo destinerà più di 3 miliardi al cuneo, mentre nel 2024 avrà a disposizione poco più di 4 miliardi per ridurre la pressione fiscale.
Nel bilancio del 2023, poi, sono già stati inseriti altri 7 miliardi per la legislazione vigente: serviranno grosso modo per il rinnovo dei contratti.
Ecco, questo è l’indebitamento netto previsto per il 2023: per eventuali altre misure bisognerà reperire le coperture.
Dove si possono trovare?
Le risorse in più potrebbero arrivare dalla spending review o dal recupero dall’evasione.
Queste ultime, però, sono difficili da quantificare in anticipo e richiedono tempo per essere incassate dallo Stato.
Quindi sarebbe meglio non utilizzarle come coperture per provvedimenti strutturali.
Il governo non ha fornito ulteriori chiarimenti?
Il Def è generico sul punto.
Non dà indicazioni precise nemmeno sulle modifiche al Pnrr, che incentivando la crescita creerebbe ulteriori spazi di bilancio.
Quanto è importante usare bene i fondi europei?
Il Piano sarà decisivo per la crescita.
La sola spesa per investimenti prevista al suo interno garantirà circa il 3% di pil in più fino al 2026.
L’impatto, già considerevole, è ancora più elevato se si considera che le riforme e gli investimenti previsti nel Pnrr aumenteranno le potenzialità di crescita dell’economia italiana.
fondamentale, quindi, che il Piano venga ben eseguito.
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