Sul Corriere della Sera Paolo Mieli si chiede se si può fare ancora qualcosa per evitare che modi e toni da Guerra Fredda devastino una volta di più le nostre menti. Chiariamo subito, dice Mieli: in tempi come questi, è, più che legittimo, doveroso prendere posizione su questioni come la necessità, o meno, di fornire armi alla resistenza ucraina.
O su quale sia la miglior via per raggiungere l’obiettivo che tutti ci riproponiamo, la riconquista della pace. Ma dovremmo sforzarci di non tornare al clima dei primi Anni Cinquanta. Anni nei quali, in margine alla guerra di Corea, in molti tollerarono un inquinamento delle proprie menti.
Furono lasciate correre – sul fronte anticomunista – evidenti panzane ai danni di attori, registi e sceneggiatori di Hollywood e non solo loro. Le conseguenze sulle loro vite e, quel che qui ci interessa, sulle menti di milioni di persone furono devastanti.
La guerra d’Ucraina rischia ora di riprodurre – oltre a quelli già terribili della guerra in sé – i danni mentali di settant’anni fa. Soprattutto in Italia. Negli altri Paesi, quantomeno quelli occidentali, non si registra la scompostezza che caratterizza il nostro discorso pubblico. Fuori dai nostri confini c’è stato sì qualche delirio, ma in dosi infinitamente minori.
A questo punto è bene distinguere: un conto è indignarsi per le dichiarazioni antisemite del ministro Lavrov, altra cosa è considerare il pubblico televisivo o quello dei lettori di giornali come un ammasso di esseri suggestionabili da difendere dalla propaganda del Cremlino. Tratteniamoci finché siamo in tempo.
Nel mondo in cui ci troviamo a vivere è davvero stolto pensare di ottenere effetti positivi con l’esercizio dell’arte della proibizione o della censura. Anzi, è certo che per questa via ci si incammina verso l’abisso.
Allo stesso modo, ci permettiamo di suggerire al fronte autodefinitosi «pacifista» qualche maggiore cautela e qualche prova di rigore nell’esporre le proprie ragioni.
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