“Forse non avrebbe fatto alcuna differenza, anche se l’Europa avesse mostrato sulla crisi di Gaza la stessa unità e chiarezza offerte, sia pur con marginali stonature, al tempo dell’aggressione russa contro l’Ucraina, quando ci illudemmo di aver esorcizzato i nostri demoni”.
Così Paolo Valentino sul Corriere della Sera in un editoriale sulle divisioni tra i vertici Ue: “Ma lo spettacolo ai limiti della decenza messo in scena dagli europei in queste settimane – sottolinea – appende un macigno al collo di ogni ambizione geopolitica, scoprendola velleitaria e presuntuosa.
Mai come oggi però il groviglio mediorientale e la madre di tutte le sue questioni, quella israelo-palestinese, fanno da reagente alle profonde lacerazioni che rendono i 27 gli Stati disuniti d’Europa.
Ci sono almeno tre linee di faglia a spaccare il Consiglio europeo che si riunisce oggi e domani a Bruxelles, nel tentativo di trovare un minimo comune denominatore sulla crisi di Gaza.
La a prima attraversa i vertici delle istituzioni comuni ed è personale prima ancora che strutturale.
Non è mai corso buon sangue tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo, il belga Charles Michel.
Il contrasto ai vertici dell’Ue – osserva Valentino – non cade in un vuoto, ma si combina con una seconda faglia ancora più importante, quella che da sempre sul Medio Oriente divide buona parte dei Paesi europei in pro israeliani e pro palestinesi.
Germania, Austria, Olanda, Repubblica Ceca guidano i primi. Spagna, Irlanda, Belgio e Lussemburgo sono il nucleo del secondo fronte.
La terza linea di faglia combina i primi due elementi: la continua polemica tra le capitali dei singoli Stati e le personalità al vertice delle istituzioni, che ha portato diversi premier, non ultimo l’irlandese, a criticare von der Leyen e il suo attivismo, accusandola di non parlare a nome dell’Ue.
Se l’Europa guardasse oltre le beghe personali e nazionali, se trovasse una voce sola, se facesse proposte che non siano disconnesse dalla realtà, se infine provasse a formulare una visione per il futuro del Medio Oriente oltre le frasi di rito, allora sì potrebbe ambire ad essere attore geopolitico ascoltato e autorevole. Ma – conclude – forse è chiedere troppo”.
Per saperne di più:

L’Italia delle case vuote nei posti sbagliati | Lo studio

Il fiscal gap che soffoca le nuove generazioni a danno di quelle attuali | L’analisi di Laurence Kot...

Quando le disuguaglianze aumentano e le opportunità di mobilità si riducono, fiducia e coesione risc...

Disagio socio-economico: nove indicatori per mappare le fragilità sociali nei quartieri di 25 | Il r...

La regia occulta dietro le rivolte di Milano e Torino | L’analisi di Maurizio Molinari






