Verrebbe da dire, parafrasando Galileo Galilei, “eppur si muove”. Quel che si muove è la flebile politica comune europea di sicurezza e di difesa, arrivata finalmente alla conclusione che tocca anche a noi europei difendere le vie di navigazione dello stretto di Hormuz e del Mar Rosso. Alla decisione si arriva, come sempre, in modo contorto. Saranno almeno tre navi, fregate o incrociatori con capacità di distruzione di mezzi offensivi aerei. La missione espanderà lo schema già esistente di Agenor, un’operazione di sorveglianza comune a guida francese che copre il Golfo Persico, lo stretto di Hormuz e parte del mare arabico, e che già include nove paesi europei (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda e Portogallo, e inoltre la Norvegia che non appartiene all’UE).
La reticenza a partecipare rifletteva principalmente il timore di antagonizzare l’Iran, oltre che le tradizionali difficoltà in molti paesi di spiegare la partecipazione a un’azione militare. Comunque, ci siamo, ed è un fatto molto significativo: avremo una missione militare congiunta dell’UE (a suo tempo, perché le scelte operative richiederanno ancora qualche settimana). Naturalmente, in un quadro regionale sempre più instabile, resta il grande interrogativo: come può l’Europa comune della difesa avanzare dovendo fronteggiare resistenze sociali e culturali così radicate? Riusciremo a reagire adeguatamente al possibile disimpegno americano sui fronti della nostra sicurezza di una possibile presidenza Trump?
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