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L’estate frontista della sinistra italiana | L’analisi di Paolo Mieli

“Domani l’intera sinistra italiana sfilerà a Genova in una (discutibile) manifestazione per chiedere le immediate dimissioni di Toti da presidente della Liguria”.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera commenta l’’estate frontista’ a sinistra: “Ma – scrive – è solo una prova generale.

Il giovedì successivo lo stesso schieramento si ritroverà per una gran spaghettata contro la riforma di Calderoli.

L’«estatemilitante» ha avuto origine tre settimane fa, allorché, suggestionati dal discreto successo del fronte antilepenista francese, trentaquattro esponenti della sinistra italiana si sono presentati al Palazzaccio di Roma per depositare il quesito abrogativo della riforma sull’autonomia differenziata.

La raccolta estiva delle firme sarà di per sé difficoltosa.

Per di più infragilita dal dubbio connesso al rischio che la Corte costituzionale dichiari inammissibile il quesito.

Ci sarebbero, nel testo della riforma, connessioni con temi non sottoponibili a un referendum abrogativo.

Inseriti, forse non casualmente, dallo stesso Calderoli per rendere più difficoltoso il ricorso alla consultazione popolare.

Ed è possibile – lo ammettono anche alcuni tra i fautori del referendum- che alla Corte queste connessioni non sfuggano.

Per ovviare a questo problema – sottolinea l’editorialista – sono pronte a intervenire, con un secondo quesito, le cinque Regioni governate dal centrosinistra: Campania, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia e Sardegna.

E se, alla fine, si riuscisse, con le firme o con le Regioni, a tenere in campo almeno uno dei due referendum?

Neanche in questo caso è detto che i giochi siano fatti.

Dal 1997 ad oggi, nell’arco cioè di ben ventisette anni, si sono tenute in Italia nove consultazioni referendarie.

Di queste solo una, quella del 2011 sulla gestione pubblica dell’acqua, ha superato la soglia minima, cioè il 50% più uno degli aventi diritto al voto.

Oltretutto dal 1997 il numero di elettori che si è recato alle urne per consultazioni politiche o amministrative si è andato via via riducendo.

Carlo Calenda – che anche per questo motivo si è chiamato fuori dal gruppone di cui si è detto all’inizio – ha calcolato che per raggiungere il quorum si dovrebbero portare al voto tredici milioni di italiani in più rispetto a quelli che alle europee hanno votato per i partiti referendari.

Non pochi, effettivamente”.

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