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L’emergenza “valichi alpini”: in Italia manca la cultura (e la pratica) della manutenzione | L’analisi di Claudio Di Donato

I valichi alpini sono diventati una vera e propria emergenza.

Il Frejus frana, il San Gottardo stenta, il Bianco chiude per manutenzione, al Brennero l’Austria è determinata a imporre la riduzione del traffico Tir.

Per l’economia italiana i danni sono ingenti, dal momento che ogni anno da Ventimiglia a Tarvisio transitano 170 milioni di tonnellate di merci.

La questione dei valichi è datata ma diventa tema di dibattito politico da noi soltanto quando esplodono le emergenze.

Accusare l’Austria sul contingentamento dei mezzi pesanti nel Tirolo è un alibi, e purtroppo anche debole.

Le infrastrutture e l’offerta di trasporti negli ultimi tre decenni non hanno avuto la capacità di adeguarsi alla trasformazione della manifattura e della geografia dei mercati di sbocco che si traducono in distanze maggiori ma con volumi inferiori.

Se molte merci continuano a preferire la strada piuttosto che la meno inquinante ferrovia le motivazioni sono esclusivamente economiche, anche se le criticità emerse la scorsa estate hanno prodotto rincari tariffari nell’ordine del 25%.

Le sofferenze dei valichi alpini chiamano in causa i nostri governi per la latitanza sulla gestione del territorio.

Il nostro Paese nel 2020 si è visto recapitare dalla Commissione europea una contestazione per il mancato rispetto della normativa UE in materia di esercizio delle gallerie con lunghezza superiore ai 500 metri.

I liguri ricordano il calvario di tre anni fa, con 77 gallerie su 104 fuorilegge e il frettoloso intervento di messa in sicurezza.

La manutenzione ordinaria e quella straordinaria delle infrastrutture stradali devono essere assicurate favorendo la programmazione degli interventi.

Una pratica sistematicamente ignorata dal Belpaese.

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