Il salario minimo non è l’unica misura possibile per «difendere i salari dei lavoratori erosi dall’inflazione». Lo scrivono su Repubblica Tito Boeri e Roberto Perotti secondo i quali «una misura importante sarebbe permettere al mercato di svolgere il suo ruolo nel favorire l’incontro fra chi cerca lavoratori e chi vuole lavorare, rimuovendo ostacoli messi apposta per dare più poteri ai datori di lavoro nel tenere bassi i salari».
«In Italia quasi un 20% di lavoratori dipendenti del settore privato è soggetto a clausole che limitano la loro possibilità di cambiare datore di lavoro se ritengono di essere pagati troppo poco. Si tratta di clausole di “non concorrenza” attraverso cui un dipendente si impegna a non fare concorrenza al datore di lavoro una volta terminato il rapporto di lavoro. Questo» spiegano i due economisti «ha effetti negativi sulla concorrenza non solo nel mercato del lavoro, ma anche nei mercati in cui si scambiano prodotti e servizi. In Italia le clausole di non concorrenza sono regolate dal Codice civile. Sorprendentemente, i contratti collettivi non svolgono alcun ruolo nel regolarne l’utilizzo. Circa 2 milioni di dipendenti del settore privato in Italia sono soggetti a queste clausole».
«L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ritiene che questo sia un problema del mercato del lavoro e non di quello dei prodotti e, dunque, non rientri fra le proprie competenze. Ma, come si è visto, non è così, e molte altre autorità antitrust, oltre a quella statunitense hanno deciso di intervenire. Infine» concludono Boeri e Perotti «stupisce il persistente silenzio del sindacato e delle associazioni di categoria che potrebbero regolamentare l’utilizzo delle clausole nei contratti collettivi oltre che lanciare una campagna di informazione tra i propri iscritti rendendoli consapevoli di questi abusi di potere, che vanno a svantaggio di molti lavoratori e molte imprese (in un momento in cui faticano a riempire posti vacanti)».
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