A prima vista potrebbe sembrare controintuitivo.
Perché Paesi di primo piano nella Ue come Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Polonia hanno deciso di abbandonare la ‘Carta dell’Energia‘ (in sigla Ect), un trattato che dovrebbe tutelare gli investimenti europei del settore all’estero?
E come mai lo hanno deciso proprio in questo momento di emergenza energetica nonché climatica, una fase storica in cui sta diventando oltremodo necessario potersi approvvigionare anche al di fuori dei confini continentali?
E come mai, per una volta, l’Italia è stata apripista nell’Unione Europea, avendo abbandonato per prima l’Ect già a partire dal 2016?
Le domande hanno come risposta un comune denominatore, si legge su Affari&Finanza di Repubblica.
Nel mondo si sta verificando un fenomeno che a sua volta è figlio dei tempi: stanno crescendo a livello esponenziale le cause dei grandi gruppi petroliferi ed energetici nei confronti sia dei singoli Stati e dei loro governi, sia delle organizzazioni internazionali.
Un fenomeno che vede coinvolti – a livelli di numeri – soprattutto gli Stati Uniti, la patria – va detto del contenzioso legale sotto ogni sua forma e metodo.
Ma si segnala un aumento dei contenziosi legali ovunque, a partire dall’Europa per arrivare al sud del mondo.
Come ha ricordato in un recente servizio sul tema l’edizione italiana della rivista Wired, è stata la stessa Unione europea a denunciare l’aumento delle richieste di risarcimento attraverso il meccanismo degli Isds, le procedure di risoluzione delle controversie commerciali, grazie alle quali anche gli investitori privati possono chiamare in causa gli Stati.
Bruxelles in un suo report ha rivelato come a partire dall’anno 2000 tramite gli Isds sono stati riconosciuti 96 miliardi di risarcimenti a livello globale.
Va detto che le aziende ci provano spesso per dimostrare ai propri azionisti di aver fatto tutto quello che era legalmente percorribile per difendere gli interessi delle società.
Non a caso, i risarcimenti riconosciuti dai tribunali sono solo una minima parte dei 620 miliardi complessivi richiesti.
Ma quello che emerge, come evidenzia il rapporto della Ue, è il peso delle società energetiche: sul totale delle cause degli ultimi anni il 77% riguarda progetti minerari ed estrattivi, con un ulteriore 6% relativo per giacimenti di gas e approvvigionamento energia elettrica.
Ecco il motivo per cui l’Ue vuole rivedere il meccanismo della ‘Carta dell’Energia’: nato per tutelare gli investimenti delle aziende degli Stati membri in giro per il mondo (in particolare là dove la stabilità politica non sempre è garantita), ora è diventato uno strumento in cui sono gli Stati a essere portati sul banco degli accusati.
L’Italia ne sa qualcosa, con i 210 milioni di risarcimento al gruppo inglese Rockhopper per aver bloccato il progetto petrolifero Ombrina al largo delle coste abruzzesi, così come la Slovenia che dal 2017 è trascinata in una disputa per aver negato le autorizzazioni a un giacimento di shale gas.
La causa dell’aumento della litigiosità è da individuare in una è sorta di ‘baco’ legislativo, come è scritto nella risoluzione approvata nel novembre scorso dal Parlamento Ue con cui si contesta l’Ect: “è attualmente incompatibile con i trattati dell’Ue, in quanto consente ai tribunali per gli investimenti di interpretare e applicare il diritto dell’Ue senza introdurre le necessarie garanzie che preservano l’autonomia normativa dell’Ue e incide negativamente sul funzionamento delle istituzioni” di Bruxelles.
In questa situazione le Big Oil ne approfittano.
Anche perché hanno la consapevolezza di essere entrate nell’ultima fase della loro vita: il piano inclinato energetico spinge verso la transizione verde dove saranno le rinnovabili (assieme all’idrogeno e un domani alla fusione nucleare) i combustibili del futuro.
Entro una trentina d’anni, il peso degli idrocarburi diventerà marginale.
Così, le grandi compagnie del greggio e del gas naturale stanno massimizzando i profitti il più possibile.
Lo si vede da come l’Opec+ stia orientando i prezzi internazionali perché rimangano tra i 70 e gli 80 dollari al barile.
O come ha scritto Alberto Clò sulla rivista specializzata ‘Energia’ in questi mesi si è vista “la straordinaria e imprevista resilienza della domanda di petrolio agli alti prezzi”, nonché “ai primi sintomi di recessione” e “alla bassa crescita della Cina”.
Lo si vede dai risultati di bilancio dei più grandi gruppi a livello mondiale: da Chevron a Total, hanno quasi tutti raddoppiato gli utili nel corso del 2022 rispetto alla stagione precedente, risultando uno dei migliori anni di sempre.
E la produzione è tornata a un passo dai livelli pre Covid.
Ma non ci si faccia ingannare da quest’ultimo particolare.
Intanto perché quei livelli di produzione erano comunque già più bassi rispetto a quelli tradizionali.
E poi per un altro motivo molto concreto.
Lo spiega sempre la rivista Energia: “l’intenzione delle grandi compagnie è di versare agli azionisti più dei loro investimenti complessivi”.
La priorità, invece, è guadagnare dai giacimenti fin quando sarà possibile.
Da qui l’aumento dei contenziosi, comunque visto come una forma per recuperare soldi.
Nel rapporto ‘Global trends in climate change litigation’ dal 2015 a oggi se ne contano oltre 1.200, ma ancora di più fa specie il numero complessivo, che ha superato quota 2.000, oltre il doppio rispetto a otto anni fa.
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