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[L’analisi] Per le infrastrutture del Pnrr l’unico modello vincente è il modello Genova

Il Pnrr non può finire completamente nel 2026. «Ci sono progetti che non sono neanche allo stato preliminare e prevedono circa 40 miliardi di finanziamenti che, secondo me, finiranno a mare». Lo ha detto Pasqualino Monti, presidente dell’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale, intervistato da Claudio Brachino per il magazine televisivo Italpress economy, parlando del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

«Per il nostro settore, invece, è differente. Noi abbiamo una coda del Pnrr con progetti che partono da lontano e strutture più snelle, perciò per noi è più semplice», ha afferma Monti. «Anche noi, però, come realtà industriali, ci scontriamo con una burocrazia devastante. Il passaggio dall’impegno alla spesa concreta e alla messa a terra degli investimenti è diventato troppo lungo».

«In Italia» ha aggiunto «abbiamo un modello: il ponte di Genova. Dopo una tragedia, in un anno e mezzo è stata ricostruita un’infrastruttura strategica. È stato fatto un decreto, è stato nominato un commissario e l’opera è stata realizzata nei tempi, nei modi e con risorse ben spese. Nel pubblico» ha proseguito «forse il modello dovrebbe essere quello. Lo abbiamo già: basterebbe semplicemente comprendere che bisogna semplificare le regole del gioco. Questo significa fare una cabina di regia per il permitting ambientale, uscendo da quel palazzo triste che è il Ministero dell’Ambiente ed entrando anche a gamba tesa dove è necessario, per realizzare le infrastrutture che servono al Paese».

Bisogna inoltre «cercare di far comprendere che abbiamo un codice degli appalti terrificante», ha detto. «Sembra scritto» ha continuato «nel Medioevo. L’approccio è stato sempre quello di sembrare trasparenti non facendo le cose». Per Monti, quindi, occorre «la semplificazione delle regole del gioco». Oggi la sostenibilità è fondamentale. A volte, però, è capitato che la cultura ambientalista portasse a dire solo “no” alle opere. Per il presidente dell’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale, «bisogna riempire di significato la parola sostenibilità» perché ci sono «decine di casi di infrastrutture bloccate semplicemente per una becera ideologia».

«Quando si ragiona solo in termini ideologici» ha sottolineato «non funziona, si perdono occasioni, il mercato non risponde e diventiamo poco credibili agli occhi degli investitori. Il nostro è un paese che oggi, più che mai, ha bisogno di dare un segnale differente. È fondamentale realizzare le infrastrutture» ha aggiunto «e si possono realizzare in maniera sostenibile». È importante anche riflettere sulla portualità italiana e sulle differenze rispetto ai grandi porti europei. «Il modello nord-europeo» ha affermato Monti «non è adattabile al nostro. Noi abbiamo porti che si trovano all’interno delle città, quindi dal balconcino della singola abitazione è possibile vivere l’attività portuale. Sono due modelli non paragonabili».

«La nostra ricchezza» ha evidenziato «è avere una portualità diffusa e un’industria che, attraverso i suoi nodi strategici, che sono i porti, può servire direttamente le comunità di consumo e le industrie che trasformano le materie prime. L’Italia non è produttore di materie prime: le importa per l’85% e poi l’industria manifatturiera le trasforma in prodotto, ovvero il nostro Made in Italy famoso nel mondo. Avere questa diffusione di nodi strategici è un servizio importante ai territori. Forse la difficoltà vera» ha detto «è l’interconnessione dei nostri porti con il sistema industriale. Abbiamo ancora colli di bottiglia che oggi al Paese costano 70 miliardi di euro e devono essere risolti dal punto di vista logistico. C’è un recupero da fare» ha concluso «e speriamo che il Pnrr possa aiutarci in tal senso».

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