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[L’analisi] Eutanasia, il quesito era sbagliato. Ecco perché la Corte Costituzionale ha detto no

“Leggere o sentire che chi ha preso la decisione non sa cosa è la sofferenza ci ha ferito ingiustamente. Il referendum non era sull’eutanasia ma sull’omicidio del consenziente”.

Usa parole nette e inequivocabili il presidente della Consulta Giuliano Amato per sgomberare il campo da un ingiusto polverone mediatico.

“L’omicidio del consenziente sarebbe stato lecito in casi ben piu’ numerosi e diversi da quelli dell’eutanasia”.

La Corte non cambia i quesiti

Il referendum sull’omicidio del consenziente “apre all’impunità penale di chiunque uccide qualcun’altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra. Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica, ossia a coloro che soffrono. Non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti puo’ farlo il Parlamento” ha chiosato Amato.

La Corte costituzionale non può modificare i quesiti referendari, indipendentemente dai suoi orientamenti giurisprudenziali che si evidenziano nelle sentenze. Amato ha ricordato la “sentenza direi abbastanza innovativa per il suicidio assistito” nel caso che fu sollevato per Dj Fabo. Ma, ha rimarcato, “nel giudicare sulla ammissibilità di un referendum questo non lo possiamo fare non possiamo cambiare il quesito, il quesito è quello e noi dobbiamo valutare se quel quesito ha carattere contrario alla Costituzione, che non lascia scoperti valori e diritti costituzionali irrinunciabili. Dico scoperti, eh. E qui davanti a questo ci siamo trovati nella situazione di chiederci: ma domani? Il risultato era quello, noi non lo potevamo cambiare”. 

L’omicidio del consenziente

Rispetto alle pene per l’omicidio del consenziente, ha spiegato ancora il presidente della Corte, “la norma diventava che l’omicidio del consenziente è punito se il fatto è commesso ai danni del minore, verso persona incapace di esprimere il consenso, in tutti gli altri casi non era più penalmente punibile. In materia penale non si può andare per analogia. Io vedevo quello che avevamo fatto, avrei voluto trasferirlo qua ma non potevo”, ha concluso Amato.

Flick conferma: ha ragione la Corte, pensate a TikTok

”Non è stato accolto il quesito che in   sostanza richiedeva di trasferire le norme sull’aiuto al suicidio   all’omicidio del consenziente, attraverso la pronuncia della Corte.   Ciò non è possibile con un referendum abrogativo che non può comportare aggiunte al quesito e al testo”. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale spiega che già tre anni fa la Corte ”aveva detto che anche l’aiuto al suicidio rimane reato. Proprio a difesa dei soggetti fragili. Ma in casi particolari, ovvero quando c’è sofferenza   intollerabile, infermità irreversibile e necessità di interventi   salvavita continui, aveva previsto la possibilità di non punire chi aiuta il suicidio. Ma qui è diverso, perché l’aiuto al suicidio è cosa diversa dall’omicidio. Anche di chi lo consenta o lo chieda. Se fosse stato accolto il quesito sarebbe rimasto punito solo l’omicidio dell’infermo di mente o del minore. Non di colui che accoglie la   richiesta dell’amico: ‘Premi tu il grilletto perché non me la sento’. O di chi lancia una sfida. Pensiamo a TikTok: ci sono le sfide per   gioco tra ragazzi che possono essere mortali: chi rimane più a lungo   con un sacchetto di plastica in testa o su un binario di un treno.   Tutto sarebbe stato legalizzato”.      

 Se ne occupi il Parlamento. La Corte ha fatto il suo dovere

A trasferire le stesse cautele previste per l’aiuto al suicidio, sottolinea Flick, deve pensare ”la legge e non una pronunzia della Corte. Invece, paradossalmente, il quesito finiva per includere tutte   le possibilità, non solo le situazioni di sofferenza. Si va sotto il Parlamento e si chiede di decidere, oppure alle elezioni se ne vota un altro. Non è un’offesa alla democrazia il fatto che la Corte faccia il suo dovere. E che serve una legge per risolvere un problema di questo genere. Come ha detto Amato, il Parlamento è il luogo dove discute di   valori e non può venire meno ai suoi doveri. La Corte ha esercitato il suo potere: non deve tener conto della sacralità della vita, che è un concetto religioso. Ma nemmeno deve ignorare il principio della   solidarietà e la tutela dei soggetti deboli”.

Il Fine Vita torna in aula

Riparte dalla Camera il disegno di legge sul fine vita e si riaccende lo scontro. Compatto e contrario il centrodestra, pronto a dare battaglia e rafforzato dallo stop della Corte costituzionale. Oggi pomeriggio in aula comincia il voto degli emendamenti: circa 200, gran parte del centrodestra, che fu durissimo nel primo step parlamentare davanti alle commissioni Giustizia e Affari sociali di Montecitorio. Quindi la legge va avanti, anche dietro il ‘pressing’ del presidente della Camera, Roberto Fico, da sempre ‘sponsor’ del provvedimento (nato da piu’ proposte di legge unificate di Pd e M5s). “Bisogna andare fino in fondo, perche’ il Parlamento ha il dovere morale e politico di approvare una legge che il Paese attende”, ammonisce.

Come il ddl Zan

 Si teme soprattutto di vedere, alla Camera, l’epilogo del ddl  Zan che fu affossato al Senato tra gli applausi di gran parte del centrodestra. Vista la delicatezza della questione, non si esclude pero’ il ricorso alla liberta’ di coscienza. Potrebbe farla valere Forza Italia, che piu’ volte ha lasciato voto libero ai suoi parlamentari su temi etici. Tuttavia l’occasione dello scontro c’e’ e la tentazione di approfittarne e’ alta. Un rischio da scongiurare, secondo Giuseppe Conte che quindi fa un appello: “Evitiamo colorazioni politiche, se questo puo’ rendere piu’ difficoltoso il dialogo con le altre forze politiche.  Apriamoci a un confronto”, dice il presidente del M5s. Ricorda che il Movimento e’ in prima linea sul tema ed elenca i ‘pregi’ del testo: “e’ molto equilibrato, abbraccia anche il rafforzamento delle cure palliative e introduce percorsi di verifica con interventi di comitati etici”.

Testo migliorabile

Il relatore Alfredo Bazoli del Pd assicura che il testo e’ migliorabile senza stravolgerlo: “Intendiamo mantenere in vita l’impianto figlio della mediazione raggiunta in commissione, che non significa escludere   emendamenti suscettibili di valutazione e approvazione. Ma non quelli riguardanti le condizioni di accesso al suicidio assistito”. Avanti per la sua strada la Lega: “Il referendum bocciato sulla eutanasia rafforza la nostra posizione e useremo questa argomentazione”, non nasconde il deputato Roberto Turri.

Cappato: decisione politica

Resta l’amarezza dell’Associazione Coscioni, che denuncia il testo all’esame della Camera come “peggiorativo rispetto ai diritti a oggi conquistati nei tribunali e in generale rispetto all’attuale assetto costituzionale”. Piu’ duro Marco Cappato, tesoriere dell’associazione che attacca apertamente il presidente della Consulta, Giuliano Amato: “E’ una personalita’  molto politica, e questa e’ una decisione politica”.

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