“Quanto accade in Medio Oriente tra Israele e i suoi vicini—certo non da oggi, ma oggi con particolare evidenza—ripropone un tema cruciale: il rapporto tra democrazia e violenza”.
Lo scrive Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere aggiungendo che “lo fa interrogando sempre più spesso la coscienza di molti con una domanda: può un Paese democratico, com’è senza dubbio Israele, e sia pure nel corso di una guerra, usare la violenza in modi che spesso appaiono smisurati e perciò crudeli?
E tuttavia, se la storia conta qualcosa, ebbene allora la storia della democrazia mostra che essa ha spesso e volentieri (per non dire quasi sempre) praticato la violenza sia all’interno sia all’esterno dei confini.
Rispetto ad essa non ha mai eretto un rifiuto di principio o di fatto.
Anche la democrazia europea occidentale, è nata, se vogliamo stare ai fatti, dalla vittoria riportata dai «buoni» contro i «cattivi» in una guerra terribile in cui il maggior numero dei morti non si è verificato tra i soldati ma tra i civili.
Sì, tra i civili: precisamente come oggi sta accadendo a Gaza e dintorni, se è permesso ricordarlo.
Eppure – osserva l’editorialista -non ricordo che in tutti questi decenni ci sia stato mai nessuno che su quanto accaduto allora, sull’atto di nascita di una storia che fino a prova contraria è la nostra storia, abbia avuto qualcosa da ridire, si sia almeno posto una domanda.
La terribile domanda: è lecito fare il male per vincere il male?
Davvero un singolare contrasto con la situazione odierna, quando invece a proposito del conflitto in Medio Oriente tanti sembrano conoscere la risposta giusta e non esitano a gridarla ai quattro venti.
Rimane sempre uno spazio diverso e irriducibile dove a decidere è chiamato il nostro convincimento circa quello che in una determinata situazione l’insieme delle circostanze impone che «si debba» fare.
La massima espressione della politica sta per l’appunto nell’assumersi questa responsabilità di decidere e nella consapevolezza della tragicità morale di certe scelte: ad esempio in quella di ricorrere alla violenza, magari la più feroce e distruttiva.
Affidando il giudizio ultimo su una tale decisione e sulle sue conseguenze non a un tribunale, ma solo alla storia”.








