Scrive Ezio Mauro su Repubblica che la metà del campo politico che in Italia si contrappone a Giorgia Meloni e si prepara a sfidarla nelle elezioni europee sotto il nome antico di centrosinistra, non ha nessuna possibilità di vincere e di convincere se non si dota dello strumento indispensabile per interpretare il momento storico che stiamo vivendo, e cioè una linea condivisa di politica estera.
A sinistra oggi ce ne sono due, contrapposte e antagoniste. La sinistra è divisa sulle responsabilità del conflitto, sulla strategia da seguire, sugli aiuti a Kiev, sugli armamenti e soprattutto sulle possibili vie d’uscita dalla guerra. Poco per volta le differenze tra i due soggetti principali dell’opposizione si sono fissate su due assoluti, irrigidendosi: la pace per i Cinque Stelle, la democrazia per il Pd. Stiamo incredibilmente assistendo a un contesa innaturale tra pace e democrazia, che poteva nascere soltanto a sinistra, come ultima deformazione dello scontro eterno tra le sue due anime.
Per il Pd infatti sono i principii della democrazia calpestata nell’invasione russa che impongono un sostegno al martirio di Kiev. Per i grillini l’imperativo della pace è invece assoluto. Sono due posizioni inconciliabili, che non possono produrre una cultura politica condivisa, e tantomeno una maggioranza e un governo. Non solo. Scavando nel nodo identitario sempre irrisolto della sinistra, rivelano una nuova faglia interna che arriva fino all’idea di Europa, al ruolo della Nato, agli obblighi della democrazia e addirittura al concetto stesso di sinistra, non per caso messo in discussione da Conte: che preferisce il termine “progressisti” per contrapporsi direttamente ai conservatori di Giorgia Meloni, e anche alla tradizione di cui il Pd è erede. Col risultato, per il Paese, di avere una destra atlantica ma non occidentale, e una sinistra che sbandiera valori a patto di non doverli difendere. Due incompiute che non fanno un insieme.
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