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La retribuzione universale di Papa Francesco per aiutare i lavoratori in crisi: 7, 4 dollari al giorno. Si può fare (se si vuole)

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Di fronte all’esplosione di povertà e disoccupazione aggravate dalla crisi della pandemia che potrebbe accompagnare tutto il decennio 2020 anche gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, papa Francesco continua a non stare con le mani in mano.

Anziché attardarsi in sterili lamentele o cercare di trarre benefici per sé o per la sua Chiesa dalla paura e dall’incertezza diffuse tra la gente, suggerisce proposte sociali di respiro internazionale.

L’ultima in ordine di tempo è quella di una “retribuzione universale” di base, in grado di “garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”.

In teoria non è una proposta nuova dal momento che, in diverse formule, se ne discute in ambito di esperti di economia e di politica di sinistra e di destra da circa un decennio. Qualche esperimento parziale di queste teorie sul reddito o salario di base è stato condotto in ambito locale.

La proposta di Francesco merita una considerazione per molti motivi. “Non è né di destra – (come quella di Milton Friedman) -, né di sinistra – (difeso da Guy Standing addirittura dal 1986) -, ma è trasversale alle nostre categorie politiche tradizionali”.

Questa è una valutazione apparsa sulla Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti che da periodico italiano è divenuto nel corso del pontificato di Francesco di respiro internazionale.

Uno studio dettagliato per sostenere la fattibilità della retribuzione universale proposta da Francesco viene offerto dal gesuita Gael Giraud, autore di altri interventi su economia e coronavirus.

Per Giraud la retribuzione universale di base lanciata da Francesco non è una delle tante utopie, ma è realizzabile. Solo che si volesse.

Perché è una proposta nuova nel metodo e nella valutazione dei riferimenti etici cui ispirarsi: libera quindi da appartenenze a specifiche parti sociali e politiche. Sta dalla parte dell’uomo povero a causa dell’esclusione sociale e dell’emarginazione lavorativa.

La formulazione iniziale il papa l’ha inserita in una lettera ai Movimenti popolari il giorno di pasqua.

L’elenco dei beneficiari della retribuzione cui Francesco allude va oltre la categoria dei salariati in senso stretto: “venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare” che non hanno uno stipendio per resistere a questo momento di grave crisi economica.

Sono proprio queste categorie marginali che devono essere ascoltate da chi – nei diversi ambiti e competenze – formula o deve varare la retribuzione di base.

Il papa conferma di non gradire la semplice disposizione pietistica verso i poveri, ma richiede sempre la loro collaborazione e il loro ascolto.

Si tratta di attivare le risorse della loro dignità umana. Francesco – spiega Giraud – è proprio l’invisibilità di queste fasce emarginate di lavoratori, senza alcun peso contrattuale, che vuole risolvere.

E perciò il papa scrive ai Movimenti Popolari: “La nostra civiltà ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile”.

E’ già noto lo slogan di Francesco per rendere efficace l’accesso universale di poveri alle tre T: tierra, techo, trabajo. Terra, casa, lavoro.

Stupisce poi l’esiguità della spesa che verrebbe a costare l’istituire la retribuzione. Non si tratta, infatti, di cifre impossibili né destabilizzanti la finanza mondiale.

Si tratta di giustizia e di buon senso, considerando lo squilibrio tra l’1% degli individui più ricchi del pianeta che secondo lo studio dell’Ong Oxfam percepisce un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale), mentre oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) nel 2018 viveva in estrema povertà sotto la soglia di 1,9 dollari al giorno stimata dalla Banca Mondiale come la soglia della povertà estrema.

Ma un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno “sembra molto più ragionevole”.

Il flusso di denaro che consentirebbe di vivere al di sopra della soglia minima costerebbe meno di 13 miliardi di dollari.

E facendo un semplice calcolo di moltiplicazione di 7,4 giornaliero per 366 giorni dell’anno, ciascuno di questi poveri avrebbe a disposizione 2.708,4 dollari l’anno.

Certo non rischiano di arricchirsi.

Dopo il “prelievo” – nota Giraud non senza ironia – “al più alto percentile dei super ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro a continuare a condurre una vita “dignitosa”.

È urgente dunque – è la conclusione dell’economista gesuita – un “discernimento collettivo” degli organismi internazionali al quale vanno associati i Movimenti Popolari per rendere la retribuzione universale una realtà concreta.

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