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La precarietà dei conti pubblici condiziona la legge di bilancio | L’analisi di Carlo Cottarelli

La conferenza stampa di ieri, commenta Carlo Cottarelli su Repubblica, ha chiarito alcuni aspetti della manovra per il 2024.

Non essendo però ancora disponibili tutti i numeri, altri aspetti restano incerti.

Con questo caveat, prosegue Cottarelli, una cosa si può certo dire: è una legge di bilancio caratterizzata dalla precarietà dei nostri conti pubblici.

Questo governo, come i governi precedenti, non è responsabile di tale precarietà.

Quella ha origini lontane, dalla Prima Repubblica, direi.

Ma questo governo, come molti dei precedenti, è responsabile per l’accettazione di tale precarietà, con interventi che rimandano al futuro i problemi.

La manovra è di 24 miliardi di cui 16 sono in deficit, cioè sono finanziati indebitandosi.

Già di per sé questo è un elemento di precarietà non indifferente per un Paese con il debito pubblico alto quanto il nostro.

Come ho scritto su queste colonne qualche giorno fa, il rapporto tra debito pubblico e Pil è previsto rimanere più o meno costante da qui al 2026, ma solo perché la legge di bilancio è basata su ipotesi piuttosto ottimistiche sulla crescita del Pil e sulle entrate da privatizzazioni.

I restanti 8 miliardi di coperture derivano per 2,6 miliardi da rimodulazioni di spesa che era prevista per il 2024 e si è invece spostata al 2023, il che ovviamente non appare una forma permanente di finanziamento.

Il resto deriva da una spending review che non è basata su misure strutturali ma su un diktat: o i ministeri trovano il modo nel giro di tre mesi di ridurre, con misure non identificate, le loro spese del 5% o subiranno un taglio lineare corrispondente.

In un modo o nell’altro, si tratterà quindi di tagli caratterizzati dalla precarietà, dallo stringere la cinghia.

Con una copertura precaria, anche le azioni sul lato delle iniziative espansive (tagli di entrate o aumenti di spesa) non possono che essere, in gran parte, temporanee.

La parte del leone (10 miliardi) la fa la conferma – ma (sembra) solo per un altro anno – dei tagli dei contributi sociali introdotti dal governo Draghi e ampliati l’anno scorso.

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