Quasi il 50% del risparmio europeo allocato in fondi con domicilio in Lussemburgo fa capo a gestori extra-Ue.
La cifra, secondo il rapporto annuale di Alfi (L’Associazione lussemburghese per i fondi di investimento), costituisce un buon monitor per comprendere le dinamiche in atto in tutto il Continente: in Lussemburgo infatti a fine 2022 c’erano, tra fondi comuni e alternativi, 5.030 miliardi di patrimonio, più di un quarto di quello complessivo europeo (19,1 mila miliardi).
Guardando solo ai fondi comuni la quota aumenta ancora, passano a circa 4 su 12 mila miliardi, il 34,1% del totale.
Ebbene, considerando la quota di mercato per Paesi di origine (tabella in pagina) la fotografia che emerge racconta di una presenza massiccia di asset manager extracomunitari.
Ai gestori americani può essere attribuito il 19,5% delle masse lussemburghesi (peraltro in calo dal 20,5% dello scorso anno), cui si somma il 16,7% di quelli britannici e il 13,5% degli svizzeri.
Totale: 49,7% del patrimonio complessivo (cioè 2.500 miliardi) e una presenza quasi egemonica nella prime posizioni della classifica, intervallata soltanto dal terzo posto della Germania, che ha il 14,7% del patrimonio totale a fronte di quasi un terzo dei fondi complessivi.
Morale della storia: il Lussemburgo – e verosimilmente l’Irlanda, che detiene un quarto delle masse in fondi comuni e un quinto tra comuni e alternativi – viene usato dalle società di gestione extra-Unione come punto di ingresso privilegiato in Ue.
Un bene perché i risparmiatori europei hanno accesso a un’offerta più alta e concorrenziale.
Un male perché la gran parte di questo risparmio non va poi a finanziare direttamente le economie del continente, ma si sposta – tramite commissioni e costi vari – a New York, Londra o Zurigo.
Vero è, d’altro canto, che la pratica di domiciliare i propri fondi in Lussemburgo è comune anche ai Paesi dell’Unione Europea.
Guardando all’Italia il rapporto Alfi rivela che a fine 2022 il 6,6% (in crescita dal 6,2% del 2021) delle masse lussemburghesi era attribuibile a gestori del Paese.
Che tradotto significa circa 330 miliardi di euro, meno dei 341 miliardi (dati Efama) domiciliati in Italia.
A fine 2021 i rapporti di forza erano invertiti: le sgr italiane avevano 358 miliardi di patrimonio in patria e 365 in terra lussemburghese.
A margine di tutto, sottolinea MF-Milano Finanza, si può infine vedere una flessione di base che ha interessato l’intera industria dei fondi allocati del Granducato.
A fine 2022 gli asset in gestione in Lussemburgo hanno subito una contrazione annua del 14,2%, complici i mercati sfavorevoli.
A marzo 2023, ultima data rilevata dallo studio, c’è stato un recupero del 2,4% a 5.150 miliardi.
A fronte di una flessione del patrimonio piuttosto marcata, nel corso del 2022 sono aumentate però sia le masse gestite in fondi immobiliari (+24% annuo a 137 miliardi), sia quelle nei veicoli di private debt, che a giugno 2022 hanno superato i 267 miliardi (+45% annuo).
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