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La libertà di espressione invocata da Mattarella | L’analisi di Vladimiro Zagrebelsky

Vladimiro Zagrebelsky sulla Stampa cita le parole di Mattarella in difesa della libertà di espressione e scrive che “è impossibile non coglierne il nesso con la contestazione che un gruppetto ha scatenato per zittire la ministra Roccella, che nel Salone del Libro si accingeva a presentare il suo libro ‘Una famiglia radicale’.

Gli slogan lanciati in quella occasione, nella loro rozzezza, non esprimono ed anzi umiliano gli elementi di verità che possono esser propri delle posizioni che si volevano sostenere e promuovere.

Ma soprattutto colpisce il rifiuto di sentire gli argomenti altrui, così rinunciando al rafforzamento che alle proprie convinzioni potrebbe derivare dal confronto con la debolezza mostrata dalle idee dell’avversario.

Per avvalersene bisogna ascoltarne gli argomenti, valutarli, pensarci su. Udirli.

Chi non lo fa – sottolinea l’editorialista – non solo nega agli avversari il diritto di esprimersi, ma priva sé stesso di occasioni di approfondimento delle proprie ragioni o di aggiustamento, adattamento, conferma o abbandono.

E non si considera la differenza che corre tra l’utilità di ciò che si fa e la responsabilità politica che ne deriva, e il diritto di critica che, specialmente quando si rivolge contro chi detiene il potere politico, è tutelato dallo scudo costituzionale che protegge da querele e richieste di danni.

Tira una brutta aria, non da ora, ma soprattutto adesso in questo tempo di cambio di maggioranza politica dopo le recenti elezioni.

Troppo spesso e da ogni parte si leggono espressioni offensive o irridenti verso gli avversari, invece che contrapposizione di idee e proposte.

Ogni minima ed enfatizzata circostanza diviene occasione di attacchi ad alzo zero.

Ma appunto la gravità e serietà dei motivi di denuncia e attenzione, offerti da chi ora esprime il governo e gestisce il vasto potere che gli appartiene, richiama anche chi si colloca all’opposizione alla necessità di non indebolire le proprie posizioni con il compiaciuto ricorso a parole e gesti offensivi, confondendoli con i necessari argomenti forti.

E – conclude Zagrebelsky – offrendo a chi è al potere il destro paradossale di presentarsi come vittima”.

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