Salvatore Rossi, sulla Stampa, si occupa dei risvolti economici della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran.
“Valutiamo che cosa può succedere alle nostre imprese” – scrive –. “Esse hanno una speciale debolezza sul terreno energetico.
Le imprese funzionano a elettricità, e il prezzo che quelle italiane pagano ai distributori per l’elettricità consumata è da tempo il più alto d’Europa: secondo dati Eurostat relativi al primo semestre dello scorso anno, 120-125 euro per MWh contro i 95 della Germania, i 70-75 della Francia, i 65 della Spagna.
Perché è così alto? Per tre motivi.
Il primo è che l’elettricità si produce in Italia prevalentemente a partire dal gas, molto più che negli altri grandi paesi europei, che dispongono ad esempio di nucleare civile (Francia) o di energie rinnovabili (Spagna) prodotti in proprio.
Dopo il brusco rialzo conseguente all’invasione russa in Ucraina il prezzo europeo del gas è sceso ma non è mai tornato ai livelli pre-crisi, quindi l’elettricità italiana, prodotta molto con gas, costa oggi di più.
Il secondo motivo è che la parte di elettricità direttamente importata (il 15% del totale di quella consumata) viene acquistata a quotazioni maggiorate: l’Italia è in una zona di prezzo separata, avendo prezzi strutturalmente più alti.
Il terzo motivo è fiscale: da noi gli acquisti di energia sono notoriamente gravati da imposte e tasse elevate.
Questo è particolarmente vero per i consumatori, ce ne accorgiamo quando paghiamo le bollette per casa o la benzina per l’auto.
Per le imprese è meno vero, ma sussiste comunque un differenziale rispetto alle imprese di altri Paesi europei, dovuto agli oneri di rete e di struttura.
Lo svantaggio competitivo per le nostre aziende determinato dai maggiori costi energetici rischia dunque di essere ulteriormente aggravato dalle perturbazioni che stanno colpendo la produzione e gli scambi internazionali di energia a causa del conflitto in Medio Oriente”.








