“A dodici giorni dall’inizio”, scrive su Repubblica Maurizio Molinari, “la guerra di Usa e Israele contro gli ayatollah iraniani si distingue per una costante imprevedibilità nelle iniziative militari come nelle dichiarazioni politiche dei maggiori protagonisti, svelando che su entrambi i fronti si combatte richiamandosi a un metodo che viene dalle viscere del Medio Oriente: quello del majnun, in arabo “pazzo” o “imprevedibile”.
La guerra in corso si sviluppa infatti su piani paralleli.
In superficie ci sono Usa–Israele che tentano di far cadere il regime khomeinista con le armi mentre l’Iran sfrutta gli attacchi al greggio per ostacolarli e riuscire a sopravvivere.
Ma in profondità c’è lo scontro tra avversari che praticano l’imprevedibilità più totale.
D’altra parte, è la storia del Medio Oriente che suggerisce questo tipo di combattimento.
Dall’impulsivo Sansone che abbatte le colonne del Tempio dei Filistei per morire assieme ai nemici alla sorpresa con cui Ciro devia il corso dell’Eufrate per conquistare Babilonia, dagli attacchi improvvisi di Alessandro alla ferocia rituale degli Assiri.
Fino al generale israeliano Moshe Dayan che applica la strategia del “cane pazzo” nell’attacco preventivo della Guerra dei Sei Giorni e al parigrado Ariel Sharon che nel 1973 rovescia le sorti della Guerra del Kippur disobbedendo agli ordini per superare il Canale di Suez, accerchiando gli egiziani.
Sono tali e tanti majnun a farci comprendere perché questa guerra viene combattuta — anche dagli Stati Uniti — con un metodo che si origina dalle viscere del deserto.
E ha come unica regola, l’assenza di regole.
Da qui l’interrogativo se sia possibile anche la sorpresa che pare più lontana: la rivolta dei persiani contro la teocrazia sciita”.








