Si ha l’impressione che i sempre più frequenti episodi di giustizia “fai da te” non siano «fatti occasionali, ma di comportamenti e forme di reazione indicativi di uno stato d’animo collettivo sempre più segnato da un mix irrazionale di rabbia e paura, dal venire meno della fiducia nei confronti delle istituzioni, da un crescente sfilacciarsi dei legami sociali basati sul rispetto delle regole e dalla tendenza a giustificare come legittima la violenza privata che persegue la giustizia pubblica». Lo ha scritto sul Messaggero, Alessandro Campi.
«L’idea, in sé pericolosa, che sembra essersi radicata, è che l’uso della forza da parte dei cittadini non può essere considerata arbitraria se posta al servizio di una giusta causa. Secondo Campi la spiegazione è che «ci si appaga della giustizia sommaria nella convinzione che in Italia tra delitto e castigo non esista ormai più alcuna corrispondenza. Siamo un Paese che non riesce a garantire lo svolgimento in tempi accettabili dei processi e dove per molti reati vige ormai un regime di sostanziale impunità. Purtroppo, a questa situazione si tende a rispondere con l’inasprimento nominale delle pene, con l’introduzione di nuove fattispecie di reato e con l’emergenzialismo da finto Stato di polizia».
«Ma questo tipo di risposta rischia di essere un palliativo propagandistico al quale la politica ricorre quando è in crisi di consenso o alle prese con qualche caso di cronaca particolarmente eclatante. Presidio costante del territorio da parte delle forze di polizia, anche come atto simbolico. Pene severe ma certe, piuttosto che pene severissime ma aleatorie. Questo si dovrebbe garantire ai cittadini per farli sentire più sicuri e per sottrarli alla tentazione di cedere allo spirito di vendetta privata, indegno di una nazione civile».
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