È di pochi giorni fa la notizia secondo cui Amazon ha impugnato davanti al Tribunale dell’Ue la decisione della Commissione Ue di designare il leader dei marketplace online come “very large online platform” (Vlop) ai sensi del Digital Services Act (Dsa).
Si tratta del secondo ricorso contro una decisione di designazione a Vlop, successivo a quello già presentato da Zalando.
Leggendo fra le righe il comunicato di Amazon, quest’ultima non tanto contesta il fatto di essere stata inserita fra le Vlop previste dal Dsa, quanto piuttosto mette in discussione la circostanza per la quale altri operatori che Amazon considera suoi competitor non siano stati designati come Vlop.
La designazione a Vlop infatti comporta una serie aggravata di obblighi.
Le “very large online platform” infatti dovranno dotarsi di strutture interne di compliance che siano in grado di monitorare le attività sui loro canali, al fine di combattere – riportando direttamente alla Commissione Ue – contenuti illegali, reati, rischi connessi alla violenza di genere e alla trasparenza dei processi elettorali.
Insomma, “vaste programme” avrebbe detto il generale Charles De Gaulle.
Insomma, sebbene da un punto di vista formale (e non potrebbe essere diversamente) Amazon contesti la sua designazione a Vlop, da un punto di vista sostanziale il refrain del suo comunicato stampa si potrebbe sintetizzare nel moto “same business, same rules”.
Dopo anni in cui il tema del level playing field veniva opposto alle grandi piattaforme come Amazon o Google dai loro business user (piccole o grandi aziende che fossero), ora anche i gatekeeper digitali hanno scoperto quanto sia opportuno garantire la parità di condizioni sul mercato in termini di norme applicabili a soggetti in concorrenza fra loro.
Al di là di come finiranno le impugnazioni di Amazon e Zalando, la battaglia legale delle big tech contro le norme europee che tendono a regolarle maggiormente è solo all’inizio.
Si pensi alla lunga saga di Google contro la Commissione Ue in ambito antitrust, oppure alla serie innumerevole di cause in ambito privacy che hanno riguardato Meta e la sua controllata Facebook.
Ancora recentemente, invero, la Corte di giustizia Ue ha emesso sentenza, in una causa che ha coinvolto Meta, secondo la quale un’autorità garante della concorrenza è legittimata a individuare una violazione del regolamento sulla privacy (il Gdpr) al fine di sanzionare una violazione delle norme della concorrenza (in quel caso un abuso di dominanza), restando però alle autorità della privacy l’eventuale accertamento e sanzione per la violazione del Gdpr.
Passando all’altra legislazione europea che sta fortemente impattando sulle big tech, il Digital Markets Act (Dma), è di pochi giorni fa la notizia secondo cui Alphabet (Google), Amazon, Apple, ByteDance (TikTok), Meta, Microsoft e Samsung hanno notificato alla Commissione Ue di essere soggetti che superano le soglie per la designazione a gatekeeper secondo il Dma.
Anche tale designazione comporta oneri aggravati per questi operatori, soprattutto in ottica pro-competitiva.
Saranno impediti loro comportamenti di self-preferencing e sarà loro richiesta maggiore trasparenza, a tutela dei business user che operano su tali piattaforme spesso in concorrenza con il gatekeeper stesso.
In questo caso, Amazon non pare aver contestato l’applicabilità del Dma.
Anzi, lei stessa ha notificato alla Commissione Ue la sua qualifica di gatekeeper.
Ciò però non significa che relativamente al Dma non ci si possa o debba aspettare azioni legali.
infatti del tutto prevedibile che i soggetti obbligati dal Digital Markets Act impugneranno le decisioni di designazione della Commissione Ue, qualora fossero considerate sproporzionate dai gatekeeper stessi.
La parola, come spesso accade, deve e dovrà essere data a Lussemburgo, dove certamente una saggia istituzione come la Corte di giustizia Ue saprà ancora una volta indicarci la strada fra nuovi obblighi per gli operatori dell’economia digitale e principi fondamentali per il mercato come prevedibilità e proporzionalità delle norme.
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