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Inizia l’era della settimana cortissima e del lavoro libero | L’analisi di Francesco Delzio

Molti osservatori sono stati colti di sorpresa dagli accordi per l’avvio della “settimana corta” di 4 giorni in realtà manifatturiere come Luxottica e Lamborghini, che fanno seguito a quanto già concordato in Intesa SanPaolo.

E dopo la sorpresa, la reazione più diffusa nel mondo dell’impresa e della politica è stata quella di considerare questi accordi “rondini che non fanno primavera”: secondo questa visione, ridurre l’orario di lavoro a parità di salario sarebbe possibile solo in un numero estremamente limitato di aziende caratterizzate da produttività e redditività molto elevate.

C’è del vero in questa riflessione, che però è troppo riduttiva e rischia di non farci cogliere il vero punto di novità.

La settimana corta, come dimostra anche una recente ricerca di Assirm, è oggi in cima ai desideri dei lavoratori: il 55% degli italiani è disposto a guadagnare meno pur di avere un giorno libero in più.

Questa percentuale sale addirittura al 62% nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni.

Non è un caso.

La settimana corta è uno dei paradigmi della nuova visione del Lavoro della Generazione Z e di una parte importante dei Millennials: per 20enni, 30enni e parte dei 40enni di oggi, il lavoro non è più il “sovrano assoluto” delle loro vite.

Se ne stanno accorgendo sempre più i responsabili risorse umane delle nostre aziende, che si trovano a selezionare ragazzi ai quali interessa meno la retribuzione e la possibilità di far carriera, molto più il livello di “libertà” al di fuori del lavoro che viene loro garantito, la possibilità di utilizzare strumenti flessibili come lo smart working, la capacità dell’azienda di esprimere dei valori e un ruolo sociale nel quale possano identificarsi.

La settimana corta, dunque, non è certo una “moda passeggera” né sarà confinata (a medio termine) a pochissime grandi e ricche aziende.

È piuttosto una delle risposte necessarie del sistema imprenditoriale alla rivoluzione “dal basso” che si sta diffondendo nelle teste dei lavoratori, quella che ho definito nel mio ultimo saggio “L’era del Lavoro Libero”.

Ma davvero è possibile lavorare meno e produrre di più?

A prima vista può sembrare un’affermazione senza senso, decisamente contro-intuitiva.

In realtà, esiste già una letteratura internazionale abbondante in materia, fondata su sperimentazioni della settimana corta che continuano a fornire risultati positivi in termini di produttività.

Liberare una parte del tempo lavorativo per dedicarlo alle proprie passioni extra-lavorative ha infatti un duplice effetto: non solo consente alle persone di recuperare benessere, ma le spinge ad aumentare efficienza e qualità del proprio impegno nelle ore lavorate.

Più che compensando la minore disponibilità di ore.

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