Su Repubblica anche Luciano Violante si occupa di riforme istituzionali e ricorda che le due maggiori democrazie presidenziali del mondo, Stati Uniti e Francia, sono oggi in difficoltà perché il presidenzialismo, essendo privo di arbitri, funziona sinché le società non sono divise da conflitti profondi.
Se la parte sconfitta nelle elezioni accetta il risultato, e se la gran parte dei cittadini si sente rappresentata, la società è pacificata e il presidenzialismo funziona.
Ma se la parte sconfitta non si sente rappresentata dal vincitore e contesta la sua legittimità, il conflitto esplode e il paese arranca.
È quello che accade oggi nell’America del dopo Trump.
In Francia le difficoltà sono simili ma hanno natura diversa.
Sono determinate, a mio avviso, dal fatto che i presidenti negli ultimi anni sono stati scelti da una ristretta minoranza di elettori.
Nel secondo turno della elezione presidenziale, con due soli concorrenti, è evidente che il vincitore prenda più della metà dei voti.
Ma nel primo turno, quello che conta per determinare il gradimento del vincente, il consenso si è aggirato negli ultimi anni attorno al quarto degli elettori.
In realtà tutte le società occidentali sono attraversate da crisi sociali e da trasformazioni tecnologiche che generano conflitti spesso senza sbocco.
È proprio in questi momenti difficili, quando la partita si fa dura, che si sente il bisogno di un arbitro, di qualcuno che sia fuori della mischia e che possa pazientemente aiutare a sedare i conflitti e ricucire le fila del governo.
Nella esperienza italiana il ruolo di arbitro del Presidente della Repubblica è stato spesso decisivo. Limitarlo sarebbe suicida.
In critiche ancora più gravi incorre la cosiddetta elezione del sindaco d’Italia.
Aprirebbe la strada a un sistema bicefalo, con un presidente del Consiglio eletto direttamente, con una forte legittimazione politica, e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, con minore legittimazione ma con forti poteri d’intervento.
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