Quasi il 60% delle famiglie italiane ritiene il proprio reddito inadeguato rispetto alle necessità primarie. Il welfare in Italia è “fai da te”: nello specifico, il 58% trova sostegno nella rete familiare, solo il 29% nei servizi pubblici. Inoltre, 1 famiglia su 6 ha responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti, mentre solo 1 famiglia su 10 non riuscirebbe ad affrontare la nascita di un figlio. Al contempo cresce il disagio psicologico giovanile.
“La congiuntura economica è favorevole e il tasso di occupazione è positivo, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti. Facciamo attenzione alle nuove solitudini perché c’è molta fragilità. Pertanto, le imprese sono chiamate a fare di più per i bisogni di chi lavora”, è la sintesi di Marco Marcatili, direttore Sviluppo di Nomisma e Responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari.
In un Paese in cui per ragioni demografiche l’indice di dipendenza strutturale cresce di anno in anno, il 16% delle famiglie ha responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti, tra le quali il 6% ha anziani non autosufficienti all’interno del nucleo familiare.
Secondo Nomisma, le prospettive non migliorano guardando ai prossimi 12 mesi, se poco più di 1 famiglia su 10 confida in un miglioramento della propria situazione economica, a fronte di 1 su 3 che teme, invece, un deterioramento rispetto alle condizioni attuali.
A stupire è il ruolo marginale delle imprese: complessivamente solo il 12% degli intervistati dichiara di trovare un supporto sostanziale in azienda. È riconosciuto dalla stessa quota di intervistati il ruolo della Caritas, che da sola fornisce lo stesso supporto dell’intero mondo dell’impresa. Il che mette in discussione la capacità dei piani di welfare aziendale di rispondere davvero ai bisogni emergenti e spiega la carenza di attrattività e di affezione al lavoro. Si riscontra, invece, una maggiore capacità di supporto da parte delle banche (26%).
Quanto a categorie specifiche, le famiglie numerose dichiarano particolari difficoltà di conciliazione vita-lavoro. Si evidenzia, poi, una questione relativa alle nuove solitudini: le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona.
Lo studio condotto da Nomisma riscontra, in ogni fascia di età, l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole. I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare (oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%).
Gli adulti soli (45-69 anni) hanno meno supporto familiare e in questo segmento di popolazione aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media).
Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%).
Soffrono i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico giovanile, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, a indicare una condizione particolare di fragilità.








