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In arrivo la scelta sul vertice Bei, Daniele Franco è in corsa | Lo scenario

Sulla scena dell’Eurogruppo e dell’Ecofin informali di Santiago de Compostela, venerdì 15 e sabato 16, il nome di Daniele Franco sarà portato direttamente dal ministro Giancarlo Giorgetti. Il suo è un profilo “non politico”. E, in quanto tale, spinto dal governo italiano per strappare quella guida della Banca europea per gli investimenti che segnerebbe una vittoria per Roma nel lungo valzer delle nomine, che culminerà con le Europee 2024.

Sancirà l’entrata nel vivo della corsa al vertice del braccio finanziario Ue. Una decisione che potrebbe essere presa già nella cornice spagnola. Ma che – complice anche l’intreccio con i delicati dossier della riforma del Patto di stabilità e della ratifica del Mes, oltre alla sostituzione di Fabio Panetta nel board della Bce, posizione per cui l’Italia ha proposto Piero Cipollone – ci si attende sia finalizzata alla riunione di ottobre.

Partite ufficialmente il 18 agosto, allo scoccare del termine per le candidature da parte governi nazionali, le trattative dietro le quinte per dare un successore, dal primo gennaio 2024, al tedesco dai due mandati Werner Hoyer alla Bei si susseguono a ritmo intenso da settimane. Due le più grandi rivali di Franco: la vicepremier spagnola Nadia Calvino e la vicepresidente della Commissione Ue, ora in congedo, Margrethe Vestager.

Dato da più fonti in pole position dopo il passo falso di Vestager – che per la nomina (poi naufragata) dell’economista americana Fiona Scott Morton si è attirata gli strali di Parigi – l’italiano sembrava aver perso quota con l’ingresso nella rosa dei papabili della fedelissima di Pedro Sanchez, la stimata ministra dell’Economia spagnola con già alle spalle un lungo passato a Bruxelles. L’ex titolare del Mef italiano, tuttavia, fanno notare più fonti, rappresenta quel profilo «non politico» necessario a garantire l’imparzialità dell’istituzione con sede a Lussemburgo.

Una connotazione che né la socialista Calvino, né la liberale Vestager – già vicepremier in Danimarca prima di approdare in Ue nel 2014 – possiedono. E che potrebbe far salire le quotazioni dell’ex ministro del governo Draghi, definito dallo stesso Giorgetti a tu per tu con l’omologo tedesco Christian Lindner a Nuova Delhi «un tecnico preparato, libero da influenze politiche». E che, con il suo alto profilo tecnico, potrebbe riuscire nell’impresa di ottenere un consenso trasversale da Nord a Sud. Un favore che, per prassi, prevede la luce verde a maggioranza qualificata, con un doppio assenso di 18 Paesi membri a rappresentanza del 68% del capitale sottoscritto della Bei. Con Roma, Berlino e Parigi a detenere con il 18,7% a testa la fetta più importante di azioni.

In attesa di approdare a Santiago, nelle retrovie del G20 indiano, Giorgetti ha giocato la sua prima carta chiedendo proprio al falco dei conti pubblici tedesco – nemico giurato di Roma per arrivare all’agognata flessibilità sul debito pubblico – il suo favore per Franco. Una richiesta arrivata quasi a sorpresa, sullo sfondo di una partita ancora tutta da giocare tra Roma e Berlino sullo scivoloso terreno della riforma del Patto Ue. Il titolare del Mef è tornato a chiedere all’omologo rigorista che il percorso di rientro del debito segua regole «realistiche, sostenibili e serie», invocando la necessità di una golden rule per gli investimenti nella difesa, oltre che per quelli dedicati all’ambiente. Un’istanza, quella militare, che potrebbe vedere – complici gli aiuti all’Ucraina – l’apertura di Berlino a Santiago. Dove, tuttavia, non mancherà l’ennesimo richiamo dell’Eurogruppo all’Italia sull’ancora latitante ratifica del Mes.

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