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Riccardo Illy (imprenditore): «Per difendere il potere d’acquisto, salario minimo e taglio del cuneo previdenziale»

Salario minimo e taglio del cuneo previdenziale. Questa la ricetta per difendere il potere d’acquisto secondo l’imprenditore Riccardo Illy. «Negli ultimi 30 anni (1990-2020) i salari sono mediamente aumentati del 33% in Germania, del 31 in Francia, del 24 in Austria», sottolinea Illy. «Per non dire dei paesi di recente adesione alla Ue, dove hanno visto una crescita del 130% in Slovacchia, del 112 in Cechia e del 96 in Polonia. Unico paese europeo in cui sono diminuiti, del 2,9%, l’Italia. Che esista un problema e che sia (economicamente) patologico è evidente».

«È anche grazie a questo “dumping sociale” che siamo riusciti a competere all’estero e, grazie alla crescita delle esportazioni, siamo riusciti a crescere, ma meno della metà dei nostri partner continentali. Senza l’export, saremmo in stagnazione strutturale da decenni. Ma la stagnazione salariale ha contribuito alla mancata crescita dei consumi interni, portando il nostro paese in una spirale viziosa. Della quale poco si preoccupano gli imprenditori e solo qualche sparuto politico che, di quando in quando, propone l’introduzione del salario minimo orario. In Germania è stato appena portato a 12 euro mentre il disegno di legge (prima firmataria Nunzia Catalfo) in discussione al Senato lo fisserebbe a 9, ben il 25% in meno», afferma sul magazine online InPiù.net.

«Ai molti, fra imprenditori ed economisti, che vi si oppongono vale la pena di ricordare che il periodo di maggior crescita della produttività fu quello dei sindacati forti e dell’articolo 40 dello Statuto dei Lavoratori. Probabilmente per fronteggiare il salario minimo orario, che avrebbe anche il pregio di ridurre la concorrenza (se esiste) lavoro/reddito di cittadinanza, le imprese riprenderebbero l’impegno sulla produttività trascurato da tempo. Produttività che consentirebbe di produrre di più con gli stessi (o meno) lavoratori e consentirebbe di aumentare le retribuzioni, tramite contrattazioni aziendali, laddove aumenti».

«Peccato che a osteggiare il salario minimo – votato ieri pure dal Parlamento europeo – siano anche i sindacati, che evidentemente preferiscono i contratti collettivi nazionali a quelli aziendali. Più vigorosi e martellanti sono invece i politici che, sotto il simbolo della Lega, propongono di smantellare la riforma previdenziale che porta il nome di colei che la completò, Elsa Fornero. Controriforma che impedisce la prima strada da percorrere per aumentare i salari netti; il taglio del cuneo previdenziale. È questo, e non quello fiscale (che ci vede nella media europea), a falcidiare le retribuzioni con aliquote da primato mondiale».

«Ma se invece di attuare la riforma, che prevede anche l’indicizzazione dell’età di pensionamento, si fa marcia indietro ributtando un fardello di costi pensionistici aggiuntivi sul bilancio dell’Inps (quindi dello Stato) non è pensabile di ridurre le aliquote. Mandare le persone in pensione prima, inoltre, toglie lavoratori da un mercato che, a causa della denatalità e della repulsione per gli immigrati, soffre di suo sul piano dell’offerta. In sintesi, l’introduzione del salario minimo orario correlato a un rinnovato impegno sulla produttività e una riduzione delle aliquote previdenziali (ferma restando la riforma) consentirebbe di aumentare i salari stagnanti da decenni. Premiando i consumi interni senza peraltro penalizzare le esportazioni».

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